William Shakespeare

Antonio e Cleopatra

Antony and Cleopatra

Traducción de Antony and Cleopatra

Shakespeare, William. Antonio e Cleopatra. A cura di Giulio Carcano. Tradotto da Giulio Carcano. In: Giulio Carcano (ed.) Opere di Shakespeare. Milano Napoli Pisa: Ulrico Hoepli, 1875, 12 vols., vol. 1, pp. 275-414

Joan Oleza Simó (Investigador principal) Stoica, Ruxandra (Editor)

Italiano · 3160 versos

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PERSONAGGI

MARCO ANTONIO triumviro
OTTAVIO CESARE triumviro
MARCO EMLIO LEPIDO triumviro
SESTO POMPEO
DOMIZIO ENOBARBO amico d’Antonio
VENTIDIO amico d’Antonio
ERO amico d’Antonio
SCARO amico d’Antonio
DERCETA amico d’Antonio
DEMETRIO amico d’Antonio
FILONE amico d’Antonio
MECENATE amico di Cesare
AGRIPPA amico di Cesare
DOLABELLA amico di Cesare
PROCULEIO amico di Cesare
TIREO amico di Cesare
GALLO amico di Cesare
MENADE amico di Pompeo
MENECRATE amico di Pompeo
VARRIO amico di Pompeo
TAURO luogotenente di Cesare
CANIDIO luogotenente d’Antonio
SILIO uffiziale nell’esercito di Ventidio
EUFRONIO legato d’Antonio a Cesare
ALESSI seguace di Cleopatra
MARDIANO seguace di Cleopatra
SELEUCO seguace di Cleopatra
DIOMEDE seguace di Cleopatra
UN INDOVINO
UN VILLANO
CLEOPATRA regina d’Egitto
OTTAVIA sorella di Cesare e moglie d’Antonio
CARMIONE seguace di Cleopatra
IRA seguace di Cleopatra
UFFIZIALI
SOLDATI
MESSAGGIERI
SEGUITO
MECENATE. E AGRIPPA.
Cesare. Antonio. Lepido.
TUTTI 1
TUTTI 2

Atto I

SCENA I.

( Alessandria. – Stanza nel palagio di Cleopatra. )
( Entrano DEMETRIO e FILONE. )
Filone.
In ver, questa follia del duce nostro 1
Soverchia ogni confin: gli occhi superbi, 2
Che pria sovra le schiere e le legioni 3
Gittavan lampi non men dell’usbergo 4
Di Marte, or fatti schiavi, sotto l’arsa 5
Fronte, chinansi a terra; e quel guerriero 6
Cor, che nell’urto delle grandi pugne 7
Spezzò le cinghie della sua corazza, 8
Or la tempra perdè; s’aggrinza, come 9
Ventola che d’egizia saltatrice 10
Gli ardor rinfresca. – Ei vengono, li mira. 11
( Squilli di trombe. )
( Entrano ANTONIO e CLEOPATRA, col loro seguito: alcuni EUNUCHI agitano ventagli dinanzi alla regina. )
Filone.
Attento osserva, e tu vedrai com’una 12
Di quelle tre colonne, su cui poggia 13
Il mondo, or diventò di laida putta 14
L’istrïon. Guarda, e vedi. 15
Cleopatra.
(Ad Antonio.) Se verace
Amor quest’è, dimmi quant’esso è grande. 16
Antonio.
Se dir puoi quanto val, povero è amore. 17
Cleopatra.
Fin dove giunga amore io dir vorrei. 18
Antonio.
Scopri allor nuovi cieli e nuova terra. 19
( Entra un SEGUACE. )
Il Seguace.
Signor, di Roma un messo... 20
Antonio.
Egli m’attedia:
Sii breve. 21
Cleopatra.
Antonio, via, prestagli orecchio:
Forse, è Fulvia in corrucio; o a te l’imberbe 22
Cesare, forse, il suo cenno sovrano 23
Mandar potria: Fa questo, o quello; un regno 24
Conquista, ovver francheggia un altro; pronto 25
Obbedir devi, o n’avrai pena. 26
Antonio.
Come.
Dolce amor mio? 27
Cleopatra.
Fors’anco è facil cosa
Che tu qui a lungo rimaner non deggia, 28
E t’arrivi da Cesare licenza. 29
Dunque, Antonio, l’ascolta. – Esser può invece 30
Un comando di Fulvia... anzi, dir volli 31
Di Cesare... o d’entrambi. I messi chiama. – 32
Com’è ver che d’Egitto io son regina, 33
Tu arrossi, Antonio; ed a Cesare omaggio 34
È il sangue che la guancia t’invermiglia; 35
O ti si pinge di vergogna il viso, 36
Perchè con quella sua stridula voce 37
Fulvia ti sgrida. – I messi! 38
Antonio.
Il Tebro inghiotta
Tutta Roma, e l’immenso arco che regge 39
Il vasto impero crolli pure! È questo 40
L’universo per me. 41
( (Additando Cleopatra.) )
Non sono i regni
Altro che fango, ed il terrestre limo 42
Uomini e belve del par nutre: sola 43
Nobiltà della vita è questo amplesso! 44
( (Abbracciandola.) )
Quando in mutua d’amor corrispondenza 45
Son due da questo nodo insieme avvinti, 46
Sotto a grave minaccia il mondo impari 47
Che tal coppia non ha chi l’assomigli. 48
Cleopatra.
Oh superba menzogna! Perchè a Fulvia 49
Sposo egli fu, se non l’amava? Folle 50
Non sono io già, qual sembro. E sarà Antonio 51
Lo stesso ognora? 52
Antonio.
Sì finchè l’avvivi
La luce di Cleopatra. – Or, ti scongiuro 53
In nome dell’amor, delle soavi 54
Ore sue, non perdiamo in tedïosi 55
Colloquii il tempo; piacer novo arrechi 56
Di vita ogni minuto. –A quale spasso 57
Doniam la sera? 58
Cleopatra.
I messi accogli.
Antonio.
Via,
Litigiosa reina! a cui del paro 59
La rampogna conviene e il riso e il pianto; 60
In cui s’abbella ogni affetto del core, 61
E ammiranda ti fa! Lasciamo i messi. 62
Soli noi due n’andremo in questa sera 63
Vaganti per le vie, notando i vari 64
Del popolo costumi. – O mia regina, 65
Vieni: la scorsa notte tu il bramavi. 66
Non far motto. 67
( (Al Servo). )
( (Antonio e Cleopatra partono col loro seguito.) )
Demetrio.
Di Cesare ei fa dunque
Sì lieve conto? 68
Filone.
Avvien talor, quand’esso
Antonio più non è, che l’abbandoni. 69
La dignità, d’onde scostarsi Antonio 70
Mai non dovria. 71
Demetrio.
Duolmi il trovar veraci
Que’ volgari romor’ che a danno suo 72
Corrono in Roma. – Ma più degne cose 73
Spero veder dappoi. – Vivi felice. 74
( (Partono.) )

SCENA II.

( Alessandria. – Un’altra parte del palagio. )
( Entrano CARMIONE, IRA, ALESSI, poi un INDOVINO. )
Carmione.
Alessi, dolce Alessi, inclito Alessi, tu che sei l’essenza del perfetto, dimmi: ov’ è l’indovino che tanto lodasti alla regina? Oh! mi sia noto cotesto sposo, che avrà, como tu dici, il vanto d’inghirlandare le corna sue.
Alessi.
O indovino! 75
Indovino.
Che vuoi?
Carmione.
Gli è questi? – Amico!
Se’ tu colui che l’avvenire conosce? 76
Indovino.
Dell’infinito libro di natura 77
Leggo un poco i segreti. 78
Alessi.
(a Carmione.) La tua mano
Gli mostra. 79
( Entra ENOBARBO. )
Enobarbo.
Orsù, senza indugio s’appresti il banchetto; e vino in copia, onde si mesca a onore di Cleopatra.
Carmione.
(All’indovino.) Dammi, ten prego, il mio buon destino.
Indovino.
– Il destino io non fo, ma lo predico. 80
Carmione.
Mi sia dunque fausto il tuo presagio.
Indovino.
– Più ch’or tu non lo sia, bianca sarai. 81
Carmione.
Bianca di pelle e’ vuol dire.
[Ira.] "[Ira.]" «En el impreso original de la traducción al italiano de “Antony and Cleopatra” este verso se le atribuye al personaje Indovino, pero nos hemos dado cuenta de que se trata de una errata. Por lo tanto, sustituimos el personaje Indovino por el personaje Ira.»
– No: fatta vecchia, tu sarai dipinta. 82
Carmione.
Le rughe me ne scampino!
Alessi.
Attendi bene, e non turbare la sua prescienza.
Carmione.
Zitta!
Indovino.
– Amante tu sarai, ben più che amata. 83
Carmione.
Sarebbe meglio che le viscere m’ardesse il vino.
Alessi.
Sta dunque attenta.
Carmione.
Orsù, adesso, qualche più sublime fortuna; ch’io sia, in una mattina, sposa, a tre re, e vedova di tutti tre: che a cinquant’anni mi nasca un figlio, al quale Erode di Giudea presti omaggio: dimmi che Ottavio Cesare m’elegga al suo talamo, e ch’io mova al paro della mia signora.
Indovino.
– Vivrai più che la donna a cui tu servi. 84
Carmione.
Oh fortuna! Apprezzo lunghi anni di vita, più che un piatto di fichi.
Indovino.
– Finor più lieta a te sorte correa 85
Di quella che ti attende. 86
Carmione.
I miei figliuoli, parmi, porteranno un nome spurio. Ma dimmi quante fanciulle avrò e quanti maschi?
Indovino.
– Se pregnante
Fosse ogni voglia, ogni desir fecondo, 87
Un milion tu n’avresti. 88
Carmione.
Taci, stolto. Ti perdono queste fole da indovino.
Alessi.
(A Carmione.) Tu credi che a parte de’ tuoi desiri non sieno che le tue coltri?
Carmione.
Or via predici la sua sorte anche ad Ira.
Alessi.
Tutti vogliam sapere la nostra sorte.
Enobarbo.
La mia, al par di quella de’ più fra noi, sarà – di giacer briache stanotte.
Ira.
(Tende la sua mano.) Questa mia palma annunzia, se non altro castità.
Carmione.
Come il Nilo crescente promette carestia.
Ira.
Eh! Mia bizzarra compagna di letto, non farmi tu da Sibilla.
Carmione.
Io? Se non è presagio di fecondità il mador della mano, io non so pur grattarmi l’orecchio. Via, non predirle altra cosa che lavoro di serva...
Indovino.
– Eguali in sorte 89
Voi siete. 90
Ira.
Come? Oh come? Ti spiega meglio.
Indovino.
– Dissi.
Ira.
E a me neppure un grano di buona ventura più che a lei?
Carmione.
E dove il vorresti, se a te tocasse un grano di più?
Ira.
Non sotto il naso di mio marito.
Carmione.
Che gl’Iddii ci perdonino i nostri mali pensieri! Vieni, Alessi. Orsù, la buona ventura a lui, a lui la buona ventura! Buona Iside, ti scongiuro, fa ch’ei si mariti a femmina impotente! E muoia costei, ed egli n’abbia una peggiore; a questa ne succeda una pessima, finchè, ben cinquanta volte cornuto, la più trista lo metta nella fossa, e ne rida. Ascolta, Iside, il prego mio, te ne scongiuro, dovessi tu negarmi grazia ben più grande!
Ira.
Tal sia! Esaudisci questa preghiera de’ tuoi devoti, o buona Dea! Se è doglia che spezza il core vedere un onest’uomo male appaiato, è dolor mortale vedere un tristo mariuolo non cornuto. Onde tu, Iside buona, devi dargli la sorte di cui è degno.
Carmione.
E sia. 91
Alessi.
Oh! tu il vedi, se toccasse loro di piantarmi le corna sulla fronte, si farebbero putte senz’altro.
Enobarbo.
Silenzio! Antonio vien.
Carmione.
No; la regina.
( Entra Cleopatra. )
Cleopatra.
Vedesti il signor mio? 92
Enobarbo.
No.
Cleopatra.
Qui non era?
Carmione.
No, regina. 93
Cleopatra.
Alla gioia ei parve desto;
Ma un romano pensiero a un tratto il colse. 94
Enobarbo! 95
Enobarbo.
Signora.
Cleopatra.
Di lui cerca,
E a me’l guida. – Ov’è Alessi? 96
Alessi.
Al cenno tuo
Qui pronto. – Ecco, s’appressa il signor nostro. 97
( Entra ANTONIO con un MESSAGGIERO e col seguito. )
Cleopatra.
Non vo’ dargli uno sguardo. Mi seguite. 98
( (Partono Cleopatra, Enobarbo, Alessi, Ira, Carmione, l’Indovino e le seguaci della regina.) )
Il Messo.
Prima uscì in campo Fulvia, la tua donna. 99
Antonio.
Contro il fratel mio Lucio. 100
Il Messo.
Sì; ma in breve
Finì la guerra: in amistà li strinse 101
Ragion di Stato: collegâr le forze 102
Contro Cesare; quindi il suo trionfo 103
Li cacciò fuor d’Italia, al primo scontro. 104
Antonio.
E di peggio che fu? 105
Il Messo.
Fatal novella
Ammorba chi la reca. 106
Antonio.
Se codardo,
O pazzo è quei che la riceve. – Segui; 107
Per me finì quel ch’è passato; e sia. 108
Chi viene a dirmi il ver, fosse anche morte 109
Nel dir suo, come l’uom che adùla io l’odo. 110
Il Messo.
Labien (mi è duro l’annunziarlo) a capo 111
Delle torme de’ Parti, oltre l’Eufrate 112
Occùpa l’Asia: dalla Siria infino 113
Alla Lidia e all’Jonia ondeggia il suo 114
Conquistator vessillo; mentre... 115
Antonio.
Antonio,
Tu vuoi dir... 116
Il Messo.
Signor mio!
Antonio.
Schietto mi parla:
Non far più tenue il pubblico linguaggio: 117
Cleopatra appella, qual nomata è in Roma, 118
Di Fulvia col parlar ti sfoga; e i miei 119
Falli rampogna con larga licenza, 120
Quanta, congiunte, verità e malizia 121
Usar ne ponno. In noi spuntano rovi, 122
Allor che il vento, che n’avviva, tace: 123
Chi il mal ne additi, le male erbe sarchia. 124
Per poco, vanne. 125
Il Messo.
Al piacer tuo.
( (Parte.) )
Antonio.
Quai nuove
Da Sicïon? Dite. 126
Un Servo.
È qui di Sicïone
Il messo? 127
Un altro Servo.
Aspetta il cenno tuo.
Antonio.
Ch’ei venga.
Ch’io franga questi saldi egizii nodi 128
È forza, o in folle voluttà mi perda. 129
( Entra un altro MESSAGGIERO )
Antonio.
Chi sei tu? 130
2º Messo.
Fulvia, la tua sposa, è morta.
Antonio.
Ove ella è morta? 131
2º Messo.
A Sicïone: e quanto
Il suo malor durò, quant’altro importa 132
Di grave a te saper, la nota il dice 133
(Gli porge una lettera.) Ch’io ti reco. 134
Antonio.
Mi lascia.
( (Il Messo parte.) )
Un grande spirto,
Ecco, è partito. – Ed il bramai! Sovente 135
Quel che con alto spregio abbiam respinto 136
Racquistar noi vorremmo: in suo passaggio, 137
Il tempo scema il diletto presente, 138
Fin che il trasmuta nell’opposto. Ed essa, 139
Ora che più non è, cara mi torna: 140
La man che la respinse or la richiama. 141
È fato omai ch’io mi svelga da questa 142
Reina ammaliatrice: un ozio imbelle 143
Mille disastri cova, assai più grandi 144
Di quanti or mi son noti. – Olà, Enobarbo. 145
( Entra ENOBARBO. )
Enobarbo.
Che vuoi, signor mio?
Antonio.
Partirmi di qui, senza indugio. 146
Enobarbo.
E così, da noi stessi sarebbero uccise le nostre donne. Tu sai che a loro qualunque lieve contrasto è morte: la nostra dipartita sarà come cenno mortale a tutte quante.
Antonio.
È mestieri ch’io parta. 147
Enobarbo.
Se necessità ci costringe, sia! Lasciamo morir le donne. Ma sarebbe pietà vederle così perdute senza cagione! Però, se giova scegliere tra un’altra causa e loro, sien pur tenute come un nulla. Cleopatra, appena gliene giunga un susurro, cadrà morta all’istante: e per cagione più misera la vidi morire già venti volte. Io credo che morte abbia un incanto che la tira, così mi parve sempre pronta a morire.
Antonio.
Dessa è astuta oltre ogni idea umana. 148
Enobarbo.
Ahimè! l’essenze dell’amor più puro formano la sottile passione del cuore di lei; le sue tempeste, e i fiumi ch’ella versa non sono lagrime e sospiri, sono procelle e turbini più fieri di quanti ne minaccia il calendaro. Non è astuzia in lei: se fosse, ella avrebbe il potere del sommo adunatore de’ nembi.
Antonio.
Oh non l’avess’io veduta mai! 149
Enobarbo.
Signor mio, non avresti contemplato miracolo così stupendo; e, scemo di tanta beatitudine, la tua via sarebbe senza onore trascorsa.
Antonio.
Fulvia è morta! 150
Enobarbo.
Signore!
Antonio.
Fulvia è morta! 151
Enobarbo.
Fulvia?
Antonio.
Morta. 152
Enobarbo.
Or bene, offri un sacrifizio di grazia ai Numi. Quando il piacere de’ Celesti toglie a un mortale la sua consorte, se ne conforta col pensiero che, consunti i vecchi ammanti, v’hanno sartori per farne de’ novelli. Se non vi fosse altra donna che Fulvia, questa sarebbe grave iattura, e ben degna di corruccio: ma il tuo dolore porta con sè il proprio sollievo: l’antica veste cede il luogo a tunica novella; e tutte le lagrime, che ponno tergere un tal duolo, le chiude una cipolla.
Antonio.
Dello Stato i negozii, che per lei 153
S’inizïar, non soffrono più lunga 154
L’assenza mia. 155
Enobarbo.
Del pari, quanti n’hai tu stesso qui intrapresi non puoi smettere; e sopra l’altre chiedono la tua presenza quelle cure a cui ponesti mano per Cleopatra.
Antonio.
Non più frivoli detti.
Di quel ch’ho risoluto i duci miei 156
Abbian contezza: farò noto io stesso 157
Questa mia dipartita alla regina; 158
E vo’ che a tal commiato ella consenta. 159
Chè di Fulvia non sol la morte, ed altre 160
Ragioni urgenti a ciò forte consiglio 161
Ora ne danno; ma lettere molte 162
De’ nostri amici più possenti in Roma 163
Ci han richiamato. A Cesare diè sfida 164
Sesto Pompeo, che tien del mar l’impero; 165
Ed il volubil popolo, che mai 166
Uom degno non amò fin che passato 167
Il suo merto non sia, ridesta i vanti 168
Del gran Pompeo, co’ suoi più eletti pregi, 169
Nel figliuol suo. Temuto egli per fama 170
E per possanza, più temuto ancora 171
Per audacia e vigor, procede come 172
Il primo de’ guerrieri; alto periglio, 173
Se più grandeggia, egli sarebbe al mondo. 174
L’avvenir cova tale infesto germe, 175
Che, pari al crine d’un cavallo, ha vita, 176
Ma non ancor vipereo tosco. Or via, 177
Annunzia a quanti il mio servigio lega 178
Ch’è piacer nostro il dipartici, senza 179
Dimora alcuna. 180
Enobarbo.
Signor, t’obbedisco.

SCENA III.

( Entrano CLEOPATRA, CARMIONE, IRA e ALESSI. )
Cleopatra.
Ov’è desso? 181
Carmione.
Dappoi nol vidi
Cleopatra.
Oh vanne,
Cerca dov’egli sia, con chi, che faccia: 182
Non sono io che ti mando. Ma se tristo 183
Lo vedi, gli dirai ch’io vo danzando: 184
Se gaio, che mi colse un subitano 185
Malor. – Corri e ritorna. 186
( (Alessi parte.) )
Carmione.
In ver, se l’ami,
Non è questa la via perche tu n’abbi 187
D’amor corrispondenza. 188
Cleopatra.
E quel ch’io devo
Forse non fo? 189
Carmione.
Cederli in tutto; in nulla
Fargli inciampo tu dêi. 190
Cleopatra.
Scempio precetto!
La via quest’è di perderlo. 191
Carmione.
Pon mente
Di non tentar soverchio; io te ne prego, 192
T’affrena. Quel che noi temiam, sovente 193
Odïoso a noi torna. – Antonio viene. 194
( Entra ANTONIO. )
Cleopatra.
Egra io mi sento e trista. 195
Antonio.
Il mio disegno
Al respiro fidar, m’è grave. 196
Cleopatra.
Aita,
Mia Carmione, io vacillo... Più a lungo 197
Regger non può d’umana creatura 198
Il fianco... 199
Antonio.
O dolce mia regina...
( (Appressandosi.) )
Cleopatra.
Tienti
Da me discosto, per pietà! 200
Antonio.
Che avvenne?
Cleopatra.
Negli occhi tuoi fauste novelle io leggo. – 201
Che dice a te la maritata donna? 202
Partir puoi... Deh! concessa a te licenza 203
Ella mai non avesse! Ora non dica 204
Ch’io son che ti rattengo: alcun potere 205
Su te non ho; sei tutto suo. 206
Antonio.
N’attesto
I sommi Dei... 207
Cleopatra.
Non fu tradita mai
Con tanta infamia una regina!... Pure 208
Spuntar già prima il tradimento io vidi... 209
Antonio.
Clëopatra! 210
Cleopatra.
Che fido e mio tu sei
Creder posso, se ancor de’ Numi il trono 211
Scrollassero i tuoi giuri, poi che fosti 212
A Fulvia mentitor? Strana follìa! 213
A me fur rete questi giuri infranti 214
Nell’atto istesso che li forma il labbro. 215
Antonio.
O soave regina! 216
Cleopatra.
Al partir tuo
Non dar falso colore: altro non dirmi 217
Che vale, e parti! – Quando m’imploravi 218
Per restar qui, fu tempo di parole: 219
Nè di partir parlasti allora, ed era 220
In quel punto ne’ nostri occhi, e su’ labbri 221
L’eternità, beatitudin era 222
Nell’ arco delle ciglia; e nulla in noi 223
Povero sì, che un prelibar di cielo 224
Non fosse. E questo è ancor, se tu, il più grande 225
D’ogni guerriero, il mentitor più grande 226
Non ti se’ fatto. 227
Antonio.
E che?
Cleopatra.
Pari a te fossi
Di statura, e vedresti che in Egitto 228
V’è un cor! 229
Antonio.
Regina, m’odi. A me possente
Necessità breve servigio impone: 230
Ma, qui, intero il cor mio resta, a te servo. 231
Tutta fiammeggia di civili spade 232
Italia nostra, e di Roma alle porte 233
Sesto Pompeo già sta. L’egual potere 234
Delle due parti interne i fazïosi 235
Germi alimenta; e fatti omai gagliardi 236
I più abborriti, il pubblico favore 237
Conquistano: già pènetra il proscritto 238
Pompeo, superbo dell’onor paterno, 239
Il cor di quanti nel presente stato 240
Non ebber fonte di guadagno; e uniti 241
In minaccioso numero, e per lungo 242
Ozio fiaccati, ritemprar si vonno 243
Con ardir disperato. Altra, a me propria 244
Cagion, che meglio di mia dipartenza 245
Ti fa secura, è di Fulvia la morte. 246
Cleopatra.
Se l’età non m’è schermo alla follìa, 247
Da pueril credulità mi scampa. 248
Esser morta può Fulvia? 249
Antonio.
O mia regina,
È morta. – Vedi, e quai destò tumulti 250
Qui leggi, a tuo regal talento: il meglio 251
Fu il fine suo. Dove, e quand’essa è morta 252
Qui vedi. 253
Cleopatra.
O degli amanti il più fallace,
Ove le sacre fiale, che di stille 254
Dolenti empir dovresti, ove son dunque? 255
Per la morte di Fulvia, io veggo, io veggo 256
Come la mia sarebbe accolta. 257
Antonio.
Cessa
Di far querele, e attendi a que’ disegni 258
Che in mente io reco: ei sono, o van dispersi, 259
Del tuo pensiero a grado. Sì, pel foco 260
Che puote il limo fecondar del Nilo, 261
Tuo gerrier, servo tuo di qui mi parto: 262
Pace o guerra io farò, come tu imponi. 263
Cleopatra.
Tronca, o Carmione, il nodo che m’allaccia; 264
Vieni... No, lascia, va! Nel punto istesso 265
Io manco, e vivo!... Ama in tal forma Antonio. 266
Antonio.
Ti calma, amata mia regina; e dona 267
Piena fede a un amor che sì onorando 268
Cimento sfida. 269
Cleopatra.
Fulvia me lo apprese.
Deh! Il capo indietro volgi, e per lei piagni: 270
Addio poi dimmi, e vanta che appartiene 271
Alla donna d’Egitto il pianger tuo. 272
M’offri, ten prego, infinta scena, e sia 273
Perfetto il simular; mimo sublime, 274
L’onor ritraggi. 275
Antonio.
Il sangue mi ribolle:
Basta. 276
Cleopatra.
Ancor meglio finger puoi; ma pure
Mal non rïesci. 277
Antonio.
E che? Pel ferro mio...
Cleopatra.
E per lo scudo! – Meglio assai: pur, questo 278
Non è perfetto. O Carmion, vieni e vedi 279
Quest’Ercole roman, come gli è bello 280
L’atteggiarsi a furente! 281
Antonio.
Or via, ti lascio.
Cleopatra.
Eroe cortese, un solo accento. – È forza 282
Che noi ci separiam... No, non è questo 283
Ch’io volli dir. Ci strinse amore insieme: 284
Neppur questo: tu il sai! Quel ch’io dir volli 285
Non so. – Per certo, in me l’obblio somiglia. 286
A un Antonio. – Più nulla io mi ricordo. 287
Antonio.
Se del dominio tuo non fosse parte 288
Il fatuo sense, tu per me saresti 289
La stessa fatuità. 290
Cleopatra.
Grave fatica
La fatuità portar sì presso al core, 291
Siccome fa Cleopatra. Ma, perdono! 292
Me uccide quel che m’è più usato e caro, 293
Se agli occhi tuoi non piace: l’onor tuo 294
Lunge ti chiama. Or ben, chiudi l’orecchio 295
All’incompianta mia demenza: i Numi 296
Ti sien guida; e vittoria il lauro posi 297
Sul ferro tuo; sparga il felice evento 298
Di fiori il tuo sentier! 299
Antonio.
Non più, n’andiamo.
Lungo è il nostro commiato, e pur s’invola; 300
Sì che tu, qui restando, meco vai, 301
Io, fuggendo da te, con te rimango. 302
( (Partono.) )

SCENA IV

( Roma. – Nel palagio di Cesare. )
( Entrano OTTAVIO CESARE, LEPIDO e seguaci. )
Cesare.
Lepido, il vedi – e l’avvenir certezza 303
Te ne darà – non è tristo costume 304
Di Cesare abborrir d’un suo collega 305
Il merto. D’Alessandria ecco gli avvisi: 306
Ei va pescando, egli tracanna, e in folli 307
Orgie consuma le notturne faci; 308
Nè più di Clëopatra uomo ei si mostra, 309
Nè donna è più di lui di Tolomeo 310
La vedova: a gran pena i messi accoglie, 311
E che ha tuttora nel poter compagni 312
Più non rammenta. Tale egli è, che aduna 313
In sè solo colpe, onde van tristi 314
Gli uomini tutti. 315
Lepido.
Che soverchi e offuschi
Il male in lui quanto di ben vi resta 316
Creder non do: sono i suoi falli, come 317
Screzzi del ciel, che il buio della notte 318
Fa più lucenti: anzi che proprio acquisto, 319
Li ebbe in retaggio; della sua natura 320
Effetti, e non arbitrio suo. 321
Cesare.
Soverchia
È l’indulgenza in te: non è delitto, 322
Tel concedo, che il talamo egli calchi 323
Di Tolomeo; che un regno ei doni in cambio 324
D’una facezia; d’uno schiavo accanto 325
Segga al convito e al mescer suo risponda; 326
Ch’ebbro al meriggio, per le vie vacilli, 327
O con ribaldi di sudor fetenti 328
Scenda a certame. E sia, se ciò gli giova: 329
(Certo rara compage aver conviene 330
Per non esse da tante infamie guasto) 331
Pur non ha scusa Antonio a tai brutture, 332
Perchè su noi ricade il pondo grave 333
Della levità sua. Se gli piacea 334
Quegli ozii empir di voluttà soltanto, 335
Potrian l’epa rimpinza e le rattratte 336
Ossa farne ragion; ma sperder l’ore, 337
Quando il rintocco del tempo ed il nostro , 338
Del par che l’util suo, con alto suono 339
Dagli spassi il richiama, il fa di pena 340
Degno; come fanciul che a sapïenza 341
Maturo, alla ragion contrasti, e servo 342
Al presente diletto il dover faccia. 343
( Entra un MESSO. )
Lepido.
Ecco altre nuove. 344
Il Messo.
I cenni tuoi son dati:
E d’ora in ora indicio degli eventi, 345
Alto Cesare, avrai. Possente in mare 346
È Pompeo: certo par che a lui si volga 347
L’affetto di color che un tempo furo, 348
Sol per tema, di Cesare seguaci. 349
Quanti son malcontenti inverso a’ porti 350
Accorrono; e lui segna la volgare 351
Opinïon come un oppresso. 352
Cesare.
E tanto
Attendermi io dovea. Da’ più lontani 353
Tempi insegna la storia che il comune 354
Voto ognor segue l’uom che in alto sale, 355
Fin ch’ei vi sta; ma l’uom caduto invece, 356
E senza amor fin che d’amor fu degno, 357
Caro al popol diventa dall’istante 358
Che più nol vede. Simigliante è il volgo 359
All’alga vagabonda in sul torrente, 360
Che va e vien coll’incostante fiotto, 361
E che in questo agitarsi imputridisce. 362
Il Messo.
O Cesare, io ti reco altra novella: 363
Due pirati famosi, Menecrate 364
E Menade, del mare arbitri sono; 365
Ei l’avvincono, il solcan d’ogni parte 366
Con prore d’ogni forma; e furïosi 367
Invasero già molte itale rive. 368
Le genti della piaggia, al sol nomarli, 369
Scolorano: s’accende e armata sorge 370
La gioventù: nave non v’ha che l’alto 371
Tenti, e non sia tosto scoverta e presa: 372
Il nome di Pompeo, piè strage mena 373
Che non fariano l’armi all’armi opposte. 374
Cesare.
Pon fine, Antonio, all’orgie tue lascive! 375
Un dì, quando da Modena cacciato, 376
Ove i consoli Pansa ed Irzio uccisi 377
Fûro da te, vedevi al tuo calcagno 378
Venir la fame, tu la disfidasti: 379
Benchè a mollizie usato, più gagliardo 380
D’un selvaggio tu fosti a sopportarla; 381
E lozio cavallin bastò a tua sete 382
E della gora il fetido limaccio 383
Agli animai schifoso: il tuo palato 384
Non disdegnava il frutto aspro del pruno, 385
E come il cervo, quando la pastura 386
Copron le nevi, fin la ruda scorza 387
Degli arbori brucasti: è fama ancora 388
Che sull’alpi, a que’ dì, fosti pasciuto 389
Di carni, a cui guardar senza morirne 390
Altri non seppe. E tutto questo (a tua 391
Vergogna il dico) sopportasti in guisa 392
Sì fiera allor, che non avesti macra 393
La guancia. 394
Lepido.
È gran pietà la sua caduta.
Cesare.
Deh possa l’onta ricondurlo in Roma 395
Ben presto! È tempo che noi pure in campo 396
Scendiamo insiem: s’aduni senza indugio 397
Un consesso: a Pompeo le forze addoppia 398
L’inerzia nostra. 399
Lepido.
O Cesare, domani
Farti noto saprò quanto m’è dato 400
Raccorre in terra e in mar milizie e posse 401
Per tal cimento. 402
Cesare.
E l’egual cura io prendo,
Finchè ci riveggiam. Vale. 403
Lepido.
Sì, vale.
Se intanto apprendi nuovi esterni moti, 404
Te ne scongiuro, fa ch’io ’l sappia. 405
Cesare.
Noto
M’è il dover mio: non dubitarne, amico. 406

SCENA V.

( Alessandria. – Sala nel palagio. )
( Entrano CLEOPATRA, CARMIONE, IRA e MARDIANO. )
Cleopatra.
Carmïone! 407
Carmione.
Regina.
Cleopatra.
Ohimè! mi porgi
Del succo di mandragora. 408
Carmione.
A che mai?
Cleopatra.
Perch’io possa dormirlo questo vuoto 409
Spazio di tempo che da me fia lunge 410
Antonio mio. 411
Carmione.
Troppo a lui pensi.
Cleopatra.
Oh quale
Tradimento! 412
Carmione.
M’affido che non sia.
Cleopatra.
Eunuco, olà! Mardiano! 413
Mardiano.
Al piacer tuo.
Cleopatra.
Or non è piacer mio l’urdir tuoi canti; 414
Nulla ha l’eunuco che mi piaccia. In vero, 415
Ch’evirato sii tu sta ben: d’Egitto 416
Il libero pensier via non ti fugge. 417
Affetti hai tu? 418
Mardiano.
Sì, mia regina.
Cleopatra.
In vero?
Mardiano.
Non già davver, perchè non altro io posso 419
Se non quel ch’è innocente; pure anch’io 420
Ho furibondi affetti, e a Marte penso 421
Fra le braccia di Venere. 422
Cleopatra.
O Carmione,
Ove di’ tu che adesso ei sia? Sta ritto, 423
Od assiso? passeggia, ovver cavalca? 424
O felice destrier che Antonio porti! 425
Sii valente, o destrier! Sai tu chi reggi? 426
Il semiAtlante della terra, il braccio 427
Ed il cimier dell’universo. Ei parla 428
E mormora sommesso: Ov’è la mia 429
Serpe del vecchio Nil? così mi noma... 430
Ma di un soave tosco ora m’inebrio, 431
Ch’egli a me pensi, a me cui gli amorosi 432
Baci di Febo han fatto bruna, e il tempo 433
Solcò di rughe? O tu, dal vasto fronte 434
Gran Cesare, te vivo, oggetto io fui 435
Ben degno d’un monarca: e immoto stette 436
E in me fissò i rapiti occhi Pompeo, 437
Nè strappar li potea, quasi ei volesse 438
Morir, mirando la sua vita. 439
( Entra ALESSI. )
Alessi.
Salve,
Sovrana dell’Egitto. 440
Cleopatra.
Oh! ben diverso
Sei tu da Marc’Antonio; pur da lui 441
Ne vieni; e, come tocco da potente 442
Essenza, in oro sei converso. – Oh dimmi, 443
Del prode Antonio mio che rechi? 444
Alessi.
Un bacio
A questa perla orïental, l’estremo 445
Dopo altri molti, o mia dolce regina, 446
L’ultimo fu degli atti suoi: radice 447
Han messa in questo cor le sue parole. 448
Cleopatra.
Ne sian per me divelte. 449
Alessi.
Amico, ei disse,
Vanne, e ripeti che «il fedel romano 450
Questo tesor, che un’ostrica ascondea, 451
All’alta Egizia invia; ma, per compenso 452
Del picciol dono, ei vuol fregiar di regni 453
Il suo trono superbo; a lei soggetto 454
Dovrà prostrarsi l?Orïente intero.» 455
Disse el il capo chinò: poi salì grave 456
Sul focoso cavallo, il cui nitrito, 457
Sol ch’io schiudessi il labbro, avria coverto 458
La mia voce. 459
Cleopatra.
Era ei lieto o mesto?
Alessi.
Come
Quella, tra il caldo e il freddo raggio incerta, 460
Media stagion dell’anno: era nè mesto 461
Nè lieto. 462
Cleopatra.
O tempra ben composta! Nota,
Nota ben, Carmïone: eccoti l’uomo; 463
Non mesto egli era, chè seren mostrarsi 464
Volle a que’ che foggiar sogliono il viso 465
A sembianza del suo; nè gaio, quasi 466
Per dir che ogni sua gioia, ogni ricordo 467
In Egitto albergava; ma diviso 468
Fra questi estremi. – O celestial meschianza 469
D’affetti!... Ah sì! che tu sia gaio o mesto, 470
Di mestizia o di gioia a te l’estremo 471
Convien, più che ad ogni altro. 472
( (Ad Alessi.) )
I messi miei
Vedesti in via? 473
Alessi.
Sì, venti almen, regina.
Perchè tanti, un su l’altro, ne inviasti? 474
Cleopatra.
In miseria morrà l’infante nato 475
Quel dì che d’inviar messi ad Antonio 476
Io non ricordi. – Il calamo e il papiro 477
Dammi, Carmion. – Ben vieni, o buon Alessi. 478
Cesare ho amato mai, fino a tal punto, 479
O mia Carmione? 480
Carmione.
Oh Cesare l’eroe!
Cleopatra.
Se ancora il dici, che il dirlo t’affoghi! 481
Sclama: Antonio l’eroe! 482
Carmione.
Cesare, il forte!
Cleopatra.
Per Iside! io saprò sppezarti i denti, 483
Se nomar osi a Cesare simìle 484
L’eletto mio fra gli uomini. 485
Carmione.
Perdona,
Solo io ripeto quel che un dì tu hai detto. 486
Cleopatra.
Era negli anni acerbi miei, di senno 487
Immatura; non sangue in me, ma ghiaccio, 488
Per non dir quel ch’io dissi, esser dovea. 489
Ma vieni, dammi il calamo e il papiro: 490
Dovessi spopolar l’Egitto, a lui 491
Ogni giorno s’affretti un mio messaggio. 492

Atto II

SCENA I.

( Messina. – Nella casa di Pompeo. )
( Entrano POMPEO, MENECRATE e MENADE. )
Pompeo.
Se giusti sono i sommi Dei, de’ giusti 493
Mortali denno coronar l’imprese. 494
Menecrate.
Credi, illustre Pompeo: quel che da’ Numi 495
S’indugia, non si niega. 496
Pompeo.
Mentre in prece
Noi stiamo appiè del trono lor, perisce 497
La causa onde preghiam. 498
Menecrate.
Di noi medesmi
Spesso ignari, invochiamo il nostro danno; 499
E sapïenti Numi avversi a noi, 500
La prece nostra rifiutando, al nostro 501
Bene fanno opra. 502
Pompeo.
Il popol m’ama, e il mare
È mio, non fallirò. Del mio potere 503
È l’aurora, e a me dice la speranza 504
Che il meriggio a veder non sarà tardo. 505
Marc’Antonio, in Egitto, a’deschi siede, 506
Nè a far guerra uscirà da quelle porte; 507
Auro Cesare ammucchia, e cori perde; 508
Entrambi adùla Lepido, e adulato 509
Da entrambi egli è; nè l’uno ama nè l’altro, 510
Nè l’un nè l’altro lui. 511
Menecrate.
Cesare in campo,
Con Lepido, già sta, di numerose 512
Falangi condottier. 513
Pompeo.
Da chi ’l sapesti?
È falso. 514
Menecrate.
Silvio il disse.
Pompeo.
Ei sogna. In Roma
Ben so ch’entrambi, ad aspettarvi Antonio, 515
Stanno ancor. – Deh! quant’ha l’amor malle, 516
Tutte, o lasciva Cleopatra, a’ tuoi 517
Labbri appassiti rendano dolcezza, 518
Alla beltà gl’incanti; a quella e a questi 519
Libidine s’aggiunga, e sian catene 520
Piacere e feste al libertino; e fumi 521
D’ebbrezza il suo cerebro; epicurei 522
Cucinieri gli tentino con acri 523
Salse il palato stanco; infin che vinto 524
Dalla gola e dal sonno il suo coraggio 525
In un letèo stupor cada e si giaccia. 526
Or ben, Varrio? 527
( Entra VARRIO. )
Varrio.
Quel ch’io t’annunzio è certo!
È d’ora in ora in Roma atteso Antonio: 528
Poi ch’ei lasciò l’Egitto, il tempo corse 529
Di più lungo viaggio. 530
Pompeo.
Avrei dischiuso
A novella men ria più attento orecchio. 531
Menade, io non credea che dell’ elmetto 532
Questo ingordo amator, per cosí lieve 533
Guerra, s’armasse: ben due volte ei vale, 534
Come soldato, gli altri due. Ma pure 535
Superbi andiam che per noi dalla gonna 536
Strappato dalla vedova d’Egitto 537
Sia quest’osceno e non mai sazio Antonio. 538
Menade.
Creder non posso da un voler congiunti 539
Cesare e Antonio: di questo la donna, 540
Testè morta, era a quello un dì nemica; 541
Guerra a Cesare mosse il fratel suo, 542
Benchè, cred’io, non l’istigasse Antonio. 543
Pompeo.
Come alle grandi nimistà sian tregua 544
I levi odii non so. Se a tutti loro 545
Non sorgessimo incontro, essi per certo 546
Avrian l’armi rivolte un contro l’altro: 547
Cagion bastante a svaginar le spade 548
Li tragge; pur m’è ignoto per che modo 549
La tema, che di noi li stringe, or vaglia 550
In più lieve contrasto a compor l’ire 551
Che tanto li divide. Ma de’ Numi 552
Il volere s’adempia. A noi la stessa 553
Salute nostra impon di tutte quante 554
Le nostre posse usar. – Menade, andiamo. 555
( (Partono.) )

SCENA II.

( Roma. – Nella casa di Lepido. )
( Entrano ENOBARBO e LEPIDO. )
Lepido.
Di te ben degna e meritevol opra, 556
Enobarbo, sarìa nel duce tuo 557
Destar più dolci e mansueti sensi. 558
Enobarbo.
A dar lo inviterò quella risposta 559
Che gli convien: se Cesare lo irrita, 560
Su lui non chini Antonio il guardo, ed alto 561
Parli, come el dio Marte. Ove d’Antonio 562
La barba a me la guancia oggi vestisse, 563
Rader non mi vorrei. 564
Lepido.
Non è già tempo
Di privati rancori. 565
Enobarbo.
Ogni ora è buona
Alla ragion che da quell’ora nasce. 566
Lepido.
Cedere il passo alla ragion più grande 567
La minor dee. 568
Enobarbo.
Non già, se prima è questa.
Lepido.
Or parla in te la passïon dell’alma. 569
Ma il foco della cenere coverto 570
Non attizzar. – Di qui sorgiunge Antonio. 571
( Entrano ANTONIO e VENTIDIO. )
Enobarbo.
E Cesare di là. 572
( Entrano dal lato opposto CESARE, MENECRATE e AGRIPPA. )
Antonio.
Se in un intento
Qui siam concordi, senza indugio i Parti 573
Ci vedranno, o Ventidio. 574
Cesare.
No’l so invero,
Mecenate: ad Agrippa il chiedi. 575
Lepido.
Noi
Unisce or qui cagion grave, suprema, 576
Nobili amici: un futile diverbio 577
Non ci sepàri. Se rimbrotti v’hanno, 578
Li oda orecchio pacato: chè se noi 579
Discutiam vïolenti ogni volgare 580
Dissenso nostro, rechiam morte intanto 581
Che la ferita a medicar veniamo. 582
Dunque, colleghi miei, con tutto il core 583
Ve ne scongiuro, ciò che sa d’amaro 584
Espriman dolci sensi, nè l’acerba 585
Parola al male sia velen. 586
Antonio.
Ben dici:
Tale io farei, se a capo delle schiere 587
Fossimo, e all’ora del pugnar. 588
Cesare.
Tu sei
In Roma il benvenuto. 589
Antonio.
A te sian grazie.
Cesare.
Siedi. 590
Antonio.
E siedi tu pur.
Cesare.
Dunque?
Antonio.
M’è detto
Che ciò che mal non è, male a te suoni; 591
O che, se fosse a te caler non deve. 592
Cesare.
Se per nulla o per poco io mi dicessi 593
Offeso, e più con te, degno sarei 594
Di riso, in ver; più degno ancora, s’ io 595
Con disfavor ti nominassi, quando 596
Di ridire il tuo nome a me non tocca. 597
Antonio.
E ch’io mi fossi, o Cesare, in Egitto 598
Toccarti potea forse? 599
Cesare.
Non più, certo,
Che a te, in Egitto, del mio starmi in Roma. 600
Pur se di là tu avessi al poter mio 601
Insidïato, toccar mi potea 602
Che tu in Egitto fossi. 603
Antonio.
Insidïato?
Che intendi tu? 604
Cesare.
Da ciò che m’intervenne,
T’è facile colpir l’intento mio. 605
Contro a me preser l’armi la tua donna, 606
E il fratel tuo: principio alla contesa 607
Eri tu stesso, e parola di guerra 608
Il nome tuo. 609
Antonio.
Tu se’ingannato: mai
Del mio nome in tal guerra non si valse 610
Il mio fratello: io l’indagai, lo seppi, 611
Per veraci riferte di chi avea 612
Prese l’armi per te. Forse che invece 613
Non ei feriva il mio poter col tuo? 614
Poichè la causa nostra era sol’ una, 615
Contro mia brama non faceva ei guerra? 616
Ciò farti aperto ben potean le note 617
Ch’io ti mandai. Se di piatir t’è grato, 618
Poi che qui di piatir non è cagione, 619
Altra ne cerca. 620
Cesare.
Per vantar te stesso,
Che a me il senno fallì tu affermi, e intanto 621
Perdi la scusa tua. 622
Antonio.
No, no; m’è certo
(E so ben che sottrarti invan presumi 623
Alla necessità di tal giudicio) 624
Ch’io, legato con te da quella stessa 625
Causa ch’egli assalia, mirar con occhio 626
Di favor non potea cotesta guerra, 627
Che la mia pace avria distrutta. E quanto 628
Alla mia donna, oh fossi tu congiunto 629
Con uno spirto al suo simìl! Del mondo 630
Un terzo è tuo: guidar lo puoi con lieve 631
Filo, ma non tal donna! 632
Enobarbo.
Oh tali spose
Concedessero i Numi a tutti noi! 633
Gli uomini uscir contro le donne in campo 634
Potriano allor. 635
Antonio.
Sì, Cesare, gl’inciampi
Vïolenti che a te suscitò pria 636
L’impazïenzia sua, non mai disgiunta 637
Da politica astuzia – e duolmi il dirlo – 638
Di soverchio contrasto eran cagione: 639
Ma, confessar ben puoi che colpa alcuna 640
Di ciò non ebbi. 641
Cesare.
In Alessandria, in mezzo
All’orgie tue, ti scrissi; e tu le mie 642
Lettere riponevi, e con sarcasmi 643
D’ascoltar rifiutasti il mio messaggio. 644
Antonio.
Ei m’affrontò, senza licenza: meco 645
Sedean tre re ch’io convitati avea; 646
E quello a me fallia, che nel mattino 647
Era integro; pur volli, il dì vegnente, 648
Dirgli io stesso qual fui: quest’era come 649
Chiedergli scusa. Non sia dunque a noi 650
Cagion di cruccio questo sozio; e dove 651
A contesa venghiam, non sia per lui. 652
Cesare.
Il patto che giurasti hai franto, e dritto 653
Non hai tu d’aprir bocca e d’incolparmi. 654
Lepido.
Bada, o Cesare! 655
Antonio.
No: ch’ei tutto dica,
Lepido, assenti. A me sacro è l’onore 656
Di ch’ei ragiona, e che da me tradito 657
Presume. Or via, Cesare, segui. – Il patto 658
Da me giurato... 659
Cesare.
Di prestarmi aita
E l’armi tue, quand’io chieste le avessi: 660
E tutto hai rifiutato. 661
Antonio.
Anzi, negletto
Devi dir – nel momento ch’io, rapito 662
Da funesta malìa, tutta perdei 663
Di me la coscïenza. Or, quant’io posso, 664
Il pentimento mio t’attesto: pure, 665
Che onestà venga meno alla grandezza 666
In me non sarà mai; nè mai che adopri 667
Questa senza di quella. Eccoti il vero: 668
Fulvia, per trarmi dall’Egitto, accese 669
Qui la guerra; ond’ io stesso, che ne fui 670
Incolpevol cagione, a te ne chieggo 671
Perdono, in ogni guisa che il concede 672
A me l’onor. 673
Lepido.
Nobili detti!
Mecenate.
A questi
Alterni lagni non si dia fra voi 674
Maggior campo: obbliate, e vi sovvenga 675
Che a voi pace consiglia la presente 676
Necessità. 677
Lepido.
Ben dici, o Mecenate.
Enobarbo.
O almeno, se serbarvi alterno affetto 678
Per ora v’è concesso, oh! lo serbate: 679
Disfar ve ne potrete, allor che motto 680
Più non si faccia di Pompeo, tornando 681
A novello litigio, ove più nulla 682
Vi resti a far. 683
Antonio.
Tu non sei che soldato:
Taci. 684
Enobarbo.
Io quasi obliai che dee star muta
Verità. 685
Antonio.
Qui, la tua presenza è un’ontà:
Taci dunque. 686
Enobarbo.
Seguite: io son di sasso.
Cesare.
Del suo dir la sostanza approvo; ingrato 687
M’è il linguaggio; nè so come la nostra 688
Amistà durar possa, poi che tanto 689
Son diverse fra lor le nostre tempre. 690
Pur, s’io sapessi che salda catena 691
Per unirci vi sia, vorrei cercarla 692
Da un capo all’altro della terra. 693
Agrippa.
Assenti,
Cesare... 694
Cesare.
Parla, Agrippa.
Agrippa.
Una sorella
Da parte di tua madre hai tu, l’illustre 695
Ottavia: il grande Antonio ora divenne 696
Vedovo. 697
Cesare.
Agrippa, che di’ tu? Se mai
Cleopatra t’udisse, all’ira sua 698
Saresti segno. 699
Antonio.
Cesare, io non sono
Marito: lascia che a me parli Agrippa. 700
Agrippa.
Perchè voi siate in amistà perenne 701
Fratelli sempre, e i vostri cori avvinca 702
Indissolubil nodo, abbiasi Antonio 703
In moglie Ottavia: la costei bellezza 704
Tal marito domanda ch’esser dee 705
Degli uomini il miglior: grazie e virtudi 706
Parlano in lei con ineffabil voce. 707
Per cotal maritaggio ogni meschina 708
Gelosia che sì grande or sembra, ed ogni 709
Grande timor che tanto danno annunzia, 710
Svaniranno; anco il ver parrà menzogna, 711
Mentre, or, fin l’ombra d’un sospetto è il vero. 712
Essa, amando voi due, sarebbe nodo 713
Del vostro mutuo affetto, e tutti i cori 714
Farebbe vostri. Al mio dir perdonate: 715
Subitano non è, ma meditato 716
Frutto di lungo studio il pensier mio. 717
Antonio.
Cesare parlerà? 718
Cesare.
Non pria ch’ei sappia
Come quel che or fu detto Antonio senta. 719
Antonio.
Quale Agrippa ha poter, perchè s’io dico: 720
O Agrippa, sia! quel ch’ei parlò si faccia? 721
Cesare.
Di Cesare il poter quello ch’ei puote 722
Sovra Ottavia. 723
Antonio.
Oh non abbia, a cosí fausto
Disegno, e lieto di promessa tanta, 724
Nessuno inciampo a sorger mai! La mano 725
Dammi, e m’accogli nella grazia tua: 726
Da quest’ora dia legge a’nostri cori 727
Fraterno affetto, e i nostri alti disegni 728
Governi solo. 729
Cesare.
Ecco la man. Ti cedo
Una suora che amo, qual giammai 730
Fratello non amò. Dessa congiunga 731
I nostri imperi e i nostri cori; e uniti 732
Vivan sempre d’affetto! 733
Lepido.
E così piaccia
A’ Numi! 734
Antonio.
Non pensai che un’altra volta
Avrei contro Pompeo tratta la spada: 735
Ei di grandi onoranze e di recente 736
Favor m’ha colmo: io deggio essergli grato, 737
Perchè di sconoscenza non m’accusi; 738
Poi, senza indugio, disfidarlo. 739
Lepido.
Il tempo
Urge: pria che a cercar ne vegna, in traccia 740
Corraiam noi di Pompeo. 741
Antonio.
Dov’è?
Cesare.
Vicino
Al monte di Miseno. 742
Antonio.
E le sue posse?
Cesare.
Molte, e crescendo vanno: ma del mare 743
È assoluto signor. 744
Antonio.
La fama il dice.
Come mi tarda di parlargli! Andiamo, 745
Affretiamci. Ma, pria d’uscire in campo, 746
Abbia fine la cura, onde dicemmo. 747
Cesare.
Di buon grado: a veder la suora mia 748
T’invito; e, senza più, vêr lei moviamo. 749
Antonio.
Lepido, e tu ci sii compagno. 750
Lepido.
S’anco
Egro foss’io, venir con te vorrei. 751
( (Suono di trombe. Partono Cesare, Antonio e Lepido) )
Mecenate.
Ben giungi dall’Egitto!
Enobarbo.
O parte dell’anima di Cesare, degno Mecenate! E tu, mio onorando Agrippa!
Agrippa.
Buon Enobarbo!
Mecenate.
In vero, fu gran ventura che le cose siensi composte così lietamente. Voi ve la faceste bene in Egitto.
Enobarbo.
Affè si spendeva l’intero dì a dormire; le notti nell’orgie.
Mecenate.
Erano otto cinghiali interi arrosto bastanti appena all’asciolvere di dodici di voi, è vero?
Enobarbo.
È ancora un nulla, è un moscerino a riscontro di un’aquila; facemmo simposii ben più mostruosi, e assai più degni di nota.
Mecenate.
Se non mente la fama, è colei un’invincibile maga.
Enobarbo.
Quando s’incontrò la prima volta con Marc’Antonio, là sulle rive del Cidno, lo conquise.
Agrippa.
È là che dessa gli apparve, se le nuove a noi giunte dissero il vero.
Enobarbo.
Io vel dirò. – Il naviglio, ove allor come 752
In trono sfavillante ella sedea, 753
Fiammeggiava sull’onda: tutto d’oro 754
La poppa, eran di porpora le vele, 755
Profumate così che a careggiarle 756
Venìano i venti inamorati; i remi 757
D’argento, al suon de’flauti, in lor cadenza 758
Facean che l’acque rifluisser, quasi 759
Del batter loro desïose: quale 760
Ell’era, nol può dir parola umana. 761
Di sotto a un padiglion tessuto d’oro 762
Giacea, la diva Venere offuscando, 763
In cui l’arte potè vincer Natura. 764
Avea, sembianti a paffutelli amori, 765
Grazonetti al suo fianco, che con dolci 766
Sorrisi ivan movendo in color vaghi 767
Pinti ventagli, a rinfrescar col soffio 768
Le sue tenere gote, e a rifar l’opra 769
Da lor disfatta pria. 770
Agrippa.
Miracol novo
Per Antonio! 771
Enobarbo.
Simìli alle Nereidi,
O all’altre dee del mar le ancelle sue, 772
Al mover del suo sguardo obbedienti, 773
La cingeano in leggiadri atti devote. 774
Appo il timone assisa una sirena; 775
E delle molli rosee dita al tocco 776
Parean le corde seriche agitarsi: 777
Un novo ed invisibile profumo 778
Dal naviglio sorgea, ferendo i sensi 779
Sulle propinque rive: la cittade 780
Versava il popol tutto al venir suo; 781
E in trono assiso nella vasta piazza 782
Sólo Antonio restò, sclamando all’aura; 783
Ch’essa pur, dietro a sè lasciando il vôto, 784
La legge di natura avrebbe franta 785
Per contemplar Cleopatra. 786
Agrippa.
Oh egizia diva!
Enobarbo.
Poi che discese, ad incontrarla venne 787
D’Antonio un messo, e convitolla a cena. 788
Rispose esser ben meglio ch’ei venisse 789
Com’ospite di lei: l’ottenne, e il nostro 790
Antonio, che non disse un no scortese 791
A femmina giammai, raso ben dieci 792
Volte, alla festa mosse; e in contraccambio 793
Di ciò che divorato ebbe con gli occhi, 794
Diè, per iscotto, il core. 795
Agrippa.
O regal druda!
Fe’ Cesare corcar, col ferro a lato: 796
Nè il campo ch’egli arò fu senza germe. 797
Enobarbo.
A piè zoppo la vidi, un dì, per via 798
Gir saltelloni ben quaranta passi: 799
E perduto il respir, parlar volea; 800
Ansando con tal grazia che il suo stesso 801
Venir manco apparìa maggior belleza: 802
Senza respir, da lei spirava incanto. 803
Mecenate.
Lasciarla Antonio or dee, per sempre. 804
Enobarbo.
Mai,
Non la lascierà, mai! Gli anni rapirle 805
Non potranno beltà, nè stancar l’uso 806
L’infinito tenor di sue lusinghe. 807
Sazio fan quel desio ch’esse han nudrito 808
L’altre donne; costei, saziando, affama. 809
Cosa immonda non v’ha, che in lei non sia 810
Seduzïon; nel fornicar, da’ sacri 811
Ministri è benedetta. 812
Mecenate.
Ove modestia,
E saggezza e beltà d’Antonio il core 813
Vincano, Ottavia è assai più benedetta 814
Sorte per lui. 815
Agrippa.
N’andiam: fin che qui stai,
Te voglio ospite mio. 816
Enobarbo.
Grazie ti rendo.
( (Partono.) )

SCENA III.

( Roma. – Nella casa di Cesare. )
( Entrano CESARE, ANTONIO; OTTAVIA accompagnata da loro; alcuni seguaci e un INDOVINO. )
Antonio.
Dal tuo seno talor fia che mi toglia 817
Il mondo e l’alto officio mio. 818
Ottavia.
Frattanto,
Prostrata sempre a’ Numi, i voti miei 819
Porgerò a lor per te. 820
Antonio.
(A Cesare.) Lieta la notte
Ti sia. – Per quello che la fama disse, 821
Non giudicarmi, Ottavia mia: non sempre 822
Tenni la giusta norma; ma dal retto 823
Sentiero all’avvenir non vo’staccarmi. 824
Vale, o mia donna. 825
Ottavia.
E a te pur vale.
Cesare.
Vale.
( (Partono Cesare e Ottavia. ) )
Antonio.
(All’Ind.) Or ben, l’Egitto ancor rimpiangi, amico? 826
L’indovino.
Così partito non ne foss’io mai, 827
Nè voi, del paro! 828
Antonio.
E la ragion sai dirla?
L’indovino.
Nel mio spirto commosso ben la sento, 829
Ma su’labbri non l’ho. – Pur, vanne, torna 830
In Egitto. 831
Antonio.
Dir puoi, se fia più grande
Di Cesare la sorte, ovver la mia? 832
L’indovino.
Di Cesare. – Tu dunque a lui d’accanto 833
Non rimaner. Quel dèmone custode, 834
Quello spirto che guida il tuo destino 835
È nobile, animoso, invitto e altero, 836
Ovunque non è Cesare: al suo fianco, 837
Lo spirto tuo n’è oppresso, e si trasmutta 838
Nello sgomento: vasto campo adunque 839
Fra voi due si frapponga. 840
Antonio.
Oh! Non dir questo.
Indovino.
Io non parlo che a te, che al tuo cospetto. 841
In ogni prova a che con lui tu vegna, 842
La tua perdita è certa; e, per natura, 843
Tanta fortuna egli ha, che incontro ad ogni 844
Evento ti soverchia; il tuo splendore 845
S’offusca ov’egli appar: te lo ripeto, 846
Teme di governarti, a lui vicino, 847
Il tuo spirto; ma, appena ei si discosta, 848
Si leva in sua grandezza. 849
Antonio.
Or vanne, e apella.
Ventidio: ch’io con lui parli 850
( (L’Indovino parte.) )
Ch’ei mova
Contro a’ Parti. – Costui, sia l’arte o il caso, 851
Disse il vero: anco i dadi obbedïenti 852
Sono a Cesare; incontro a lui ne’ giochi 853
L’astuzia mia s’adopra invano. Ei vince, 854
Se le sorti gittiam: vincono i suoi 855
Contro i miei galli, quando par che tutto 856
Mi prometta l’opposto; e fin le sue 857
Quaglie batton le mie nel chiuso arringo. 858
Vo’ in Egitto tornar. Sol per mia pace 859
Stringo questo connubio; ma la mia 860
Delizia è là, nell’Orïente... 861
( Entra VENTIDIO. )
Antonio.
Oh! vieni,
Ventidio: mover devi incontro a’ Parti. 862
Pronto è il mandato: seguimi, e l’accogli. 863
( (Partono.) )

SCENA IV.

( Roma. – Una via. )
( Entrano LEPIDO, MECENATE e AGRIPPA. )
Lepido.
Non vi date altra briga; e i duci vostri, 864
Senza piè, raggiungete. 865
Agrippa.
Assenti solo
Che Antonio abbracci Ottavia; indi con lui 866
Partiam. 867
Lepido.
Finchè nella guerriera veste,
Che sì ad ambo convien, non vi rivegga, 868
Valete. 869
Mecenate.
Noi sarem, se del cammino
Io ben presumo, al monte di Miseno, 870
Lepido, innanzi a te. 871
Lepido.
La vostra via
È la più corta; i miei disegni invece 872
Me ne scostano; e innanzi a me v’è dato 873
Avanzar di due dì. 874
Mecenate. e Agrippa.
Fausti gli eventi
A te sieno. 875
Lepido.
Valete.
( (Partono.) )

SCENA V.

( Alessandria. – Nel reale palagio. )
( Entrano CLEOPATRA, CARMIONE, IRA e ALESSI. )
Cleopatra.
Orsù, mi date
Le armonie; le armonie, mesto alimento 876
Di quanti amor fatica. 877
Un seguace.
Olà! de’suoni.
( Entra MARDIANO. )
Cleopatra.
Non più suoni! A lanciar la palla andiamo: 878
Vieni, Carmion. 879
Carmione.
Dolente ho il braccio: è meglio
Che con Mardian tu giochi. 880
Cleopatra.
Ad una donna
Tanto vale il giocar con un eunuco 881
Che con un’altra donna. – 882
( (A Mardiano.) )
Vuoi tu dunque
Giocar meco? 883
Mardiano.
Signora, quant’io posso
Il farò. 884
Cleopatra.
Via, chi mostra il buon volere,
S’anco fallisca, all’indulgenza ha dritto. 885
Ma, neppur questo. – Ov’è la lenza mia? 886
Andiamne al fiume; e là, mentre lontano 887
Udrò soavi consonanze, l’esca 888
Gitterò a’pesci dalle pinne aurate; 889
E col curvo amo le viscose bocche 890
Aggrappando, ogni pesce allor parrammi 891
Un Antonio, e dirò: Sei côlto alfine! 892
Carmione.
Quanto spasso, quel dì che con Antonio 893
Su la pesca miglior mettesti pegno! 894
E il navichier die’ un tuffo al fondo, e un salso 895
Pesce figgea nell’amo suo, ch’ei trasse 896
Ebbro di gioia! 897
Cleopatra.
Oh lieti giorni! oh giorni!
Quand’io, ridendo, impazïente il feci: 898
Poi, la notte venuta, ancor ridendo, 899
Pazïente il rendea: tornato il sole 900
Sull’ora terza, ebbro al suo letto il diedi; 901
De’ miei manti e di mie bende il coversi, 902
L’acciar suo di Filippi a me cingendo. 903
( Entra un MESSO. )
Cleopatra.
Oh dall’Italia! – Il mio sterile orecchio 904
Di tue nuove feconde alfin rïempi. 905
Il Messo.
O regina, regina! 906
Cleopatra.
Antonio è morto?
Alla regina tua, morte tu dai, 907
Se il dici, o scelerato. Ma se, invece, 908
Libero e sano egli è, se tal lo annunzi, 909
Ecco dell’oro, ecco le mie più azzurre 910
Vene a baciar ti do, questa mia mano 911
Cui già toccâr labbra di re, stampando 912
Baci tremanti in essa! 913
Il Messo.
In pria, t’annunzio
Ch’ei bene sta. 914
Cleopatra.
Prenditi ancor dell’oro.
Ma, nota, amico: dire usiam de’ morti, 915
Che bene stanno: se tu questo intendi, 916
L’oro, ch’io ti donai, fuso versarti 917
Ben saprei nella strozza. 918
Il Messo.
Odimi, o buona
Regina! 919
Cleopatra.
Vanne, sì. – Ma il tuo sembiante
Nulla impromette: se libero e sano 920
È Antonio, a che, per acclamar sì liete 921
Nuove, quel tuo viso sinistro? S’egli 922
Foss’egro mai; non sotto umana forma, 923
Ma sì qual furia di serpi chiomata 924
Verresti a me. 925
Il Messo.
Ti piace udirmi?
Cleopatra.
Pria
Fustigar ti vorrei che udir tua voce. 926
Ma, se tu di’ che vivo è Antonio e sano, 927
E di Cesare amico, e non captivo, 928
Su te versar farei torrenti d’oro 929
E grandine di perle. 930
Il Messo.
Egli, o regina,
È sano. 931
Cleopatra.
Oh lieto annunzio!
Il Messo.
E amico sempre
A Cesare. 932
Cleopatra.
Onest’uom sei tu.
Il Messo.
Son essi
In pace, e uniti più che mai. 933
Cleopatra.
Fortuna
Qual non attendi, avrai da me. 934
Il Messo.
Ma pure...
Cleopatra.
Questo pure io nol vo’, chè il bel principio 935
M’offende: questo ma l’abborro; ei parmi 936
Sgherro, che tragga fuor dal carcer suo 937
Un nefando ribaldo. – Oh! ti scongiuro, 938
Tutto il tuo carco, bene e male insieme, 939
Nell’orecchio mi versa. Amico è dunque 940
Di Cesare, ed in sua piena salute, 941
E libero, tu dici? 942
Il Messo.
No, regina,
Libero nol diss’io: legato è desso... 943
A Ottavia. 944
Cleopatra.
E per qual mai dover?
Il Messo.
Per quello
Del talamo. 945
Cleopatra.
O Carmïon!... pallida io sono.
Il Messo.
Egli, o regina, ha disposata Ottavia. 946
Cleopatra.
La più maligna lue su te! 947
( (Battendolo, lo atterra.) )
Il Messo.
Signora,
Deh soffri! 948
Cleopatra.
Che di’ tu? Via, mostro vile!
O ch’io gli occhi ti svelgo, e di lor, come 949
Di palei, mi trastullo; la cervice 950
( (Con violenza scotendolo.) )
Ti scortico, o con ferree verghe ignudo 951
Ti fo qui fustigar, cuocere a lento 952
Foco, e gittarti, in salamoja. 953
Il Messo.
O buona,
Regina, se l’annuncio a te recai, 954
Non feci io già il connubio. 955
Cleopatra.
Che tu menti
Dimmi, e ti dono una provincia intera, 956
E in alto stato ti sollevo: ammenda 957
Saran dell’ire che tu in me destavi 958
Le patite percosse; e quanti doni 959
L’umiltà tua può mendicar, la mia 960
Larghezza ti darà. 961
Il Messo.
Regina, il sappi:
Ei s’ammogliò. 962
Cleopatra.
Ribaldo! e tu vivesti
Già troppo. 963
( (Trae un pugnale.) )
Il Messo.
Ch’io mi fugga! – Oh che presumi,
Signora? Io non son reo. 964
( (Fugge.) )
Carmione.
Buona regina,
Innocente è costui: frena te stessa. 965
Cleopatra.
V’hanno innocenti, che sfuggir non ponno 966
Alla folgore. – Il Nil ne’gorghi suoi 967
L’Egitto inghiotta, e tramutinsi in serpi 968
Quante son più benigne creature! 969
Quel vil richiama: bench’io sia furente, 970
Nol morderò. – Ch’ei torni. 971
Carmione.
Ei troppo teme.
Cleopatra.
Fargli altro mal non vo’: nè queste mani, 972
A colpir tale che sì basso giace, 973
Rendansi abbiette: del furor che sento 974
Sola cagion son io. 975
( Ritorna il MESSO. )
Cleopatra.
T’accosta, amico.
Chi infauste nuove arreca, onesto il core 976
Può aver, ma bene non gli torna: a un lieto 977
Messaggio dona mille lingue, e lascia 978
Che per sè si propaghi un tristo annuncio, 979
Col colpo istesso che n’atterra. 980
Il Messo.
Il mio
Dovere adempio. 981
Cleopatra.
Ammogliato, dicesti?
Odiarti vo’ con l’odio mio peggiore, 982
Se un sì ripeti. 983
Il Messo.
Ei s’ammogliò, regina.
Cleopatra.
Oh ti perdano i Numi! ancor persisti? 984
Il Messo.
Mentir dovrei? 985
Cleopatra.
Perchè, perchè non menti?
Il vorrei! Deh potesse irne sommersa 986
La metà dell’Egitto, e apparir vasto 987
Di serpenti squamosi immondo stagno! 988
Vanne! orrendo il tuo aspetto a me sarìa, 989
Fosse quel di Narciso. – Egli, ammogliato? 990
Il Messo.
L’alta tua mercè chiedo. 991
Cleopatra.
Egli, ammogliato?
Il Messo.
Non siati offesa, ch’io non ho, regina, 992
D’offenderti il pensier: ben parmi iniquo 993
Che tu m’abbia a punir, se t’obbedisco. 994
Ei si sposò ad Ottavia. 995
Cleopatra.
Oh se impostore
L’esempio suo fatto t’avesse! – E certo 996
Dunque sei tu? – Vanne soverchio è il prezzo 997
Della merce che a me di Roma apporti. 998
Ch’essa rimanga tua, ch’essa ti perda! 999
( (Il Messo parte.) )
Carmione.
Deh torna in calma! 1000
Cleopatra.
Cesare io spregiai,
Laudando Antonio. 1001
Carmione.
Oh quante volte!
Cleopatra.
Ed ora
Io n’ho il compenso. Oh! di qui mi traete... 1002
Mancar mi sento... Ira, Carmion! – Che giova? 1003
Va, buon Alessi, e colui trova: imponi 1004
Che d’Ottavia il sembiante, e gli anni, i modi 1005
Tutti di lei ti dica, e non scordarti 1006
Il color de’ capegli; e tosto riedi 1007
Ogni cosa a ridirmi. 1008
( (Alessi parte.) )
A lui, per sempre,
Rinunziar deggio? Ah no, Carmion! Se Antonio 1009
D’una Gorgòne ha per me la sembianza, 1010
Ha quella ancor di Marte. – 1011
( (A Mardiano.) )
E questo ancora
Ad Alessi dirai: ch’io vo’sapere 1012
Com’è la sua statura. O almen tu m’abbi 1013
Pietà, Carmione mia! Ma non far motto, 1014
Ed or vogli alla mia stanza guidarmi. 1015
( (Partono.) )

SCENA VI

( Presso il capo Miseno. )
( Entrano POMPEO e MENADE dall’un de’lati, al suono di musica guerriera; dall’altro CESARE, LEPIDO, ANTONIO, ENOBARBO, MECENATE, e sèguito di soldati. )
Pompeo.
Ostaggi ebb’io da voi: da me n’aveste: 1016
Sostiamo, a ragionar pria della pugna. 1017
Cesare.
Sì, che precedan le parole è giusto: 1018
Ond’è che, per iscritto, i patti nostri 1019
T’abbiam profferti pria: se da te furo 1020
Considerati, di’ s’ei sian bastanti 1021
A disarmarti il malcontento braccio; 1022
E a rinvïar nella Sicilia questa 1023
Ardente gioventù, che qui altrimenti 1024
Dovrà tutta cader. 1025
Pompeo.
Voi tre, che i soli
Senator’ siete di sì vasto impero, 1026
Supremi agenti degl’Iddii, m’udite. 1027
Perchè a mio padre, ch’ebbe amici e un figlio, 1028
Manchi un vendicator nol so: per lui, 1029
Giulio Cesare un dì pugnar vi vide, 1030
Quando, a Filippi, al forte Bruto apparve. 1031
Perchè il pallido Cassio alla congiura 1032
Si mosse? Perchè Bruto, il venerato 1033
Romano onesto, e gli altri de la bella 1034
Libertate amatori, il Campidoglio 1035
Insanguinâro? Ei non patîr che un uomo 1036
Più ch’uomo fosse. – Ecco perch’io raccolsi 1037
Questo navile, al cui pondo l’iroso 1038
Mar sorge spumeggiante, e che mi guida 1039
La sconoscenza a punir, che sul capo 1040
Di mio padre gravò l’ingiusta Roma. 1041
Cesare.
A grado tuo. 1042
Antonio.
Con tutte le tue vele,
Tremar tu non ci fai: darti risposta 1043
Sapremo in mare; in terra, assai più forti 1044
Noi siamo, ben t’è noto. 1045
Pompeo.
In terra, è vero,
Festi tua la magion del padre mio: 1046
Vi resta infin che puoi, come in non suo 1047
Nido il cuculo alberga. 1048
Lepido.
Dir ti piaccia,
(Poi che ciò ne disvia da quell’intento 1049
Che qui ci aduna) come le profferte 1050
Da noi mandate accogli. 1051
Cesare.
Il punto è questo.
Antonio.
Nè già ti pieghi il nostro voto: libra 1052
Quel che meglio convienti. 1053
Cesare.
E quel che darti
Può, in avvenir, sorte più larga. 1054
Pompeo.
Offerta
La Sicilia m’avete e la Sardegna, 1055
Pur ch’io disgombro da’ pirati il mare 1056
Vi faccia, e biade vi tragitti a Roma. 1057
Conchiuso il patto, noi dobbiam partirci, 1058
Senza che il fil s’intacchi a’ nostri ferri, 1059
O si sfregin gli scudi. 1060
Cesare. Antonio. Lepido.
Il patto è questo.
Pompeo.
Sappiate dunque ch’io ne venni a voi, 1061
Com’uom parato ad accettar l’offerta: 1062
Ma impazïente mi fe’ Antonio: – e s’anco 1063
Mi togliesse ogni merto il richiamarlo, 1064
Questo io dirò: che quando i tuoi fratelli 1065
( (Ad Antonio.) )
Con Cesare fean guerra, alla Sicilia 1066
Venne tua madre, ed accoglienza amica 1067
V’ebbe. 1068
Antonio.
Il seppi, Pompeo: quella or ti rendo
Mercè più liberal che ti è dovuta. 1069
Pompeo.
La tua man dammi. Io non avea pensiero 1070
Di qui trovarti. 1071
Antonio.
In Orïente i letti
Han molli piume. A te sien grazie dunque, 1072
Che m’hai qui richiamato, innanzi l’ora 1073
Ch’io disegnava. E n’ho buon conto. 1074
Cesare.
Parmi,
Dopo che te vid’io l’ultima volta, 1075
Che mutato sii tu. 1076
Pompeo.
Non do quali orme
Sul viso mi stampò l’aspra fortuna. 1077
Ma il mio petto occupar non potrà mai, 1078
Per far suo servo il core. 1079
Lepido.
Avventuroso
È il nostro incontro! 1080
Pompeo.
Lepido, io lo spero. –
Noi siam dunque concordi: ora, che il patto 1081
Sia per noi scritto e suggellato importa. 1082
Cesare.
Sì, questo pria di tutto. 1083
Pompeo.
Qui, a banchetto
Innanzi di partir, seggiamo insieme: 1084
E chi primier conviterà, decida 1085
La sorte. 1086
Antonio.
Io sarò il primo.
Pompeo.
No, la sorte
Elegga: ma sii tu l’ultimo o il primo, 1087
Certo l’egizia tua cucina, o Antonio, 1088
Avrà trionfo. Udii che Giulio Cesare, 1089
Banchettando laggiù, s’era impinguato. 1090
Antonio.
Ed altro udisti pur. 1091
Pompeo.
Non ho, signore,
Mal pensier. 1092
Antonio.
Nè parole altro che buone.
Pompeo.
Ripeto quel che udii. – Del par, fu detto 1093
Che Apollodoro allor portasse... 1094
Enobarbo.
Basta:
Sì, lo fece. 1095
Pompeo.
Che mai?
Enobarbo.
Certa regina
A Cesare ei portò dentro a un piumaccio. 1096
Pompeo.
(A Enobarbo.) Or ti ravviso. – Come stai, soldato? 1097
Enobarbo.
Bene, nè muterò, cred’io: che veggò 1098
Starmi dinanzi ben quatro banchetti. 1099
Pompeo.
Ch’io la mano ti stringa: mai non ebbi 1100
Odio vêr te; pugnar t’ho visto, e invidia 1101
Il tuo valor mi fe’. 1102
Enobarbo.
Di molto amato
Io non t’ho mai; ma quando fu il tuo merto 1103
Dieci volte maggior della mia laude, 1104
Ben ti laudai. 1105
Pompeo.
Di tua franca ed aperta
Parola godi: ben ti sta. Al convito 1106
Sulla mia nave io t’attendo. – Vi piace 1107
Precedermi? 1108
Cesare. Antonio. Lepido.
Appo te verremo.
Pompeo.
Andiamo.
( (Partono Pompeo, Cesare, Antonio, Lepido, Soldati e seguito.) )
Menade.
Tuo padre Pompeo non avrebbe accolto giammai un tal patto.
Enobarbo.
In mare, io credo.
Menade.
Appunto.
Enobarbo.
E in mare tu compiesti grandi fatti.
Menade.
Come tu in terra.
Enobarbo.
Chi a me dà laude anch’io laudo: onde non neguerò quanto oprai in terra.
Menade.
Nè io quanto feci sul mare.
Enobarbo.
Ma pure, v’è cosa che, per tua sicurtà, ti giova negare. Tu fosti un gran ladrone in mare.
Menade.
E tu in terra.
Enobarbo.
Or bene, rifiuto le imprese mie. Dammi la destra, Menade. Se gli occhi tuoi n’avessero il potere, vedrebbero due ladri in un amplesso.
Menade.
Per quanto sappia far con la mano, mai l’uomo non mente col viso.
Enobarbo.
Invece, non v’ha bella donna, il cui viso non menta.
Menade.
E non è calunnia: esse furano i cuori.
Enobarbo.
Noi siam qui venuti per farvi guerra.
Menade.
Per me, ho cruccio che tutto finisca nel cioncare. Pompeo, ridendo, perde la sua fortuna.
Enobarbo.
Se quest’è, di certo, non potrà racquistarla col pianto.
Menade.
Tu l’hai detto. Non era nostro pensiero di trovar qui Antonio. Ma dimmi, è egli marito a Cleopatra?
Enobarbo.
La sorella di Cesare ha nome Ottavia.
Menade.
Sì; dessa fu moglie di Cajo Marcello.
Enobarbo.
Ma ora è sposa di Marc’Antonio.
Menade.
Che dici?
Enobarbo.
Il vero.
Menade.
Dunque egli e Cesare sono per sempre uniti.
Enobarbo.
S’io dovessi profetare di cotesto nodo, così non direi.
Menade.
Più che l’amore, io credo, valse politica ragione in tale connubio.
Enobarbo.
Anch’io il credo: ma questo, che parrebe nodo dell’amistà loro, sarà ben presto il laccio che la strozzi. Ottavia ha modi austeri, gelidi e pacati.
Menade.
Chi non vorrebbe aver donna che la somigli?
Enobarbo.
Chi non sia tale anch’esso: e questi è Antonio. Egli di nuovo gusterà quell’esca egizia: indi i sospiri d’Ottavia saranno fiamma al furore di Cesare; e, come prima ti dissi, ciò che dovrebbe far gagliarda l’a mistà, sarà cagione di loro scissura. Antonio lascierà gli affetti suoi dove li pose, poichè, qui, solo l’occasione lo fe’ marito.
Menade.
E sia: andiamo. Vieni alla nave? voglio vuotare una coppa per te.
Enobarbo.
Ti saprò tener fronte: chè le nostre gole, laggiù in Egitto, furono bene avvezze.
Menade.
Non più, andiamo.
( (Partono.) )

SCENA VII.

( Sulla nave di Pompeo, presso il capo Miseno. )
( – Suono di musica. – )
( Entrano due o tre SERVI apprestando un convito. )
1º Servo.
Amici, eccoli, vengono! E già a parecchi di loro vacilla il calcagno; il più leve soffio basterebbe a gittarli a terra.
2º Servo.
Lepido ha il viso di fiamma.
1º Servo.
Gli hanno fatto tracannare gli scoli delle loro coppe.
2º Servo.
Quando fanno tra loro a chi più, egli grida agli altri due: Basta! – li mette d’accordo, e si mette ei pure d’accordo col licore.
1º Servo.
Ma intanto, fra il suo senno e lui, cresce la discordia.
2º Servo.
E così succede a chi cerca fama in compagnia de’ grandi. Vorrei piuttosto pallegiare una cannuccia che un’asta di cui non so valermi.
1º Servo.
Esser locato in alta sfera e non far nulla, gli è come non aver gli occhi ma le loro caverne, che fanno miserando il viso.
( – Squilli di trombe. – )
( Entrano CESARE, ANTONIO, POMPEO, LEPIDO, AGRIPPA, MECENATE, ENOBARBO, MENADE e altri capitani. )
Antonio.
(A Cesare.) È questo il modo lor: l’acque crescenti 1109
Misurano del Nil, su certa scala 1110
Sculta nella piramide: ond’ei sannno, 1111
Per lo segnal più alto, o basso, o medio, 1112
Se ne verrà penuria od abbondanza. 1113
Più cresce il fiume, e più promette: appena 1114
Il flutto si ritrae, sparge il cultore 1115
Entro al limo il suo gran, che poi diventa 1116
Messe in breve stagione. 1117
Lepido.
E mostruosi
Serpi là son. 1118
Antonio.
Sì, Lepido.
Lepido.
E il tuo serpe d’Egitto così nasce dal tuo fango, per forza del tuo sole; e, del pari, nasce il tuo cocodrillo.
Antonio.
È vero.
Pompeo.
Sedete, e si rechi altro vino. A Lepido si beva.
Lepido.
Non mi sento così bene, come dovrei, ma il mio senno io l’ho.
Enobarbo.
Ti tornerà, quand’abbi ben dormito; intanto dov’esso n’andò tu nol sai.
Lepido.
Per fermo, udii che le piramidi di Tolomeo sono stupende cose: senza dubbio, l’udii dire.
Menade.
Pompeo,
M’ascolta. 1119
Pompeo.
Qui, l’orecchio. Che vuoi?
Menade.
Lascia,
O duce il seggio: odi un mio detto. 1120
Pompeo.
Un breve
Istante, sol che a Lepido io propini. 1121
Lepido.
Che sorta di animale è il vostro cocodrillo?
Antonio.
È fatto appunto come un cocodrillo; largo quant’ha di larghezza, alto della sua altezza precisa, si move quanto glielo consente la sua struttura, e vive di ciò che lo nutre: quando poi gli elementi di che è fatto si sfanno, e’trasmigra.
Lepido.
E il colore?
Antonio.
Il suo proprio.
Lepido.
Oh lo strano mostro!
Antonio.
È vero; e versa umido pianto.
Cesare.
(Ad Antonio. ) Sarà egli pago di cotesta pittura?
Antonio.
Sì, per gli augurii che Pompeo, bevendo, a lui fa: del resto, è un vero epicureo.
Pompeo.
Va, maledetto, va! che mai tu dici? 1122
M’obbedisci. – La coppa ch’io richiesi 1123
Ov’è? 1124
Menade.
Se udir mi vuoi, per li miei fidi 1125
Servigi, lascia il seggio tuo. 1126
Pompeo.
Sei folle:
Perchè?... 1127
( (Sorge, e si ritrae con Menade.) )
Menade.
D’innanzi a tua fortuna, sempre
A capo chino io stetti. 1128
Pompeo.
Grande
Fu la tua fede. Or ben? – 1129
( (Ai convitati.) )
La gioja, o amici
Sia con voi. 1130
Antonio.
Bada, o Lepido, a’sabbioni:
Tu affondi. 1131
Menade.
(A Pompeo. ) Farti vuoi signor del mondo? 1132
Pompeo.
Che dici? 1133
Menade.
Un’altra volta: vuoi tu farti
Signor del mondo? 1134
Pompeo.
Esser può mai?
Menade.
Consenti:
Ed io, benchè tapin, sarò colui 1135
Che tutto il mondo a te darà. 1136
Pompeo.
Soverchio
Non bevesti? 1137
Menade.
No, no, Pompeo: lontano
Dalla coppa mi tenni. Esser tu puoi 1138
Giove terreno, se l’ardisci; e quanto 1139
Abbraccia il cielo e l’oceàn misura, 1140
Se lo vuoi, tutto è tuo. 1141
Pompeo.
Come mai? dillo.
Menade.
Vedi, questi triumviri: costoro, 1142
Ch’hanno tra los partito il mondo, or sono 1143
Sulla tua nave: a me troncar consenti 1144
La gomena; e venuti in alto, ad essi 1145
Tronchiam le gole... ed ogni cosa è tua. 1146
Pompeo.
Ah! questo far dovevi, e non dir motto. 1147
In me sarìa viltade; in te non era 1148
Ch’util servigio. Che il mio proprio bene 1149
Non guida l’onor mio, ma n’è guidato, 1150
Saper dovevi. Pèntiti, che l’opra 1151
N’andò tradita dalla lingua tua: 1152
Ignota a me, l’avrei laudata; or deggio 1153
Dannarla. – Smetti il tuo pensiero, e bevi. 1154
Menade.
Bene sta: la caduca tua fortuna 1155
Non seguirò. Chi cerca, indi rifiuta 1156
Quanto a lui s’offe, più nol trova. 1157
Pompeo.
A Lepido
Si beva! 1158
Antonio.
In sulla piaggia ei sia recato...
Pompeo, per lui rispondo io stesso. 1159
Enobarbo.
Mènade.
A te pur! 1160
Menade.
Sì, Enobarbo, e di buon grado.
Pompeo.
Versa, fin che trabocchi. 1161
( (Mostrando lo schiavo, che porta via Lepido.) )
Enobarbo.
In ver, costui,
O Menade, è gagliardo. 1162
Menade.
E perchè?
Enobarbo.
Un terzo
Del mondo ei porta; nol vedi? 1163
Menade.
Brïaco
Dunque è un terzo del mondo: ove tal fosse 1164
Il mondo tutto, a rotoloni andrebbe 1165
Ben meglio. 1166
Enobarbo.
Bevi, e tu spingi le rote.
Menade.
Orsù! 1167
Pompeo.
(Ad Ant.) Ma questa non pareggia ancora 1168
D’Alessandria le feste. 1169
Antonio.
Ella n’è presso...
Tocchiamo i nappi, olà! beviamo a Cesare! 1170
Cesare.
Smetter vorrei: fatica mostruosa 1171
Quest’è, ch’io lavi il mio cerèbro, solo 1172
Per farmelo più torbo. 1173
Antonio.
Or via, sii figlio
Dell’occasion. 1174
Cesare.
L’acciuffa tu: prometto
Venirti a paro; ma vorrei digiuno 1175
Star quattro dì, pittosto che in un solo 1176
Tracannar tanto! 1177
Enobarbo.
Oh prode imperatore!
(Ad Antonio.) Danziam l’egizio baccanale, e sia 1178
La corona dell’orgia. 1179
Pompeo.
Di buon grado.
Prode soldato! 1180
Antonio.
S’intreccin le mani,
Fin che il succo del grappo i nostri sensi 1181
Vinca, e su lor difonda il molle obblìo. 1182
Enobarbo.
Sì, le mani intrecciam: suoni agli orecchi 1183
Echeggiante armonia. Segnar vo’intanto 1184
Il suo loco a ciascun; poi quel fanciullo 1185
La canzone incominci; e tutti in coro, 1186
Quanto il consenta il valido polmone, 1187
Alto ne ridiran la consonanza. 1188
( (Suono di musica. Enobarbo dispone i convitati, colle mani intrecciate.) )
( CANTO. )
Ragazzo.
– Su! vieni, o Libero, signor del vino, 1189
Dall’occhio splendido, più che rubino: 1190
Nelle tue coppe gli affanni muojano, 1191
Ed i tuoi grappoli le fronti adornino. 1192
– Su, vieni a mescere! Su, mesci a tondo, 1193
Fin che rotando cammina il mondo. 1194
Cesare.
Di più, che vuoi? – Lieta ti sia la notte, 1195
Pompeo. – Lascia, o fratel, ch’io t’accompagni: 1196
Di tanta levità le nostre gravi 1197
Cure han dispetto. – Separiamci, amici: 1198
Qui il vede ognun, le gote abbiam di fiamma; 1199
Ed Enobarbo, quel gagliardo, è anch’esso 1200
Dal vin, fiaccato; ciò che la mia lingua 1201
Dir vuol, balbetta; e tramutati quasi 1202
N’ha quest’orgia sfrenata! – A che più dunque 1203
Discorriam? – Buona notte! la tua destra, 1204
Antonio, dammi. 1205
Pompeo.
Io vo’ fino alla spiaggia
Esservi scorta. 1206
Antonio.
Bene sta: la mano
Porgimi. 1207
Pompeo.
La magion del padre mio,
O Antonio, tua facesti... ma che giova? 1208
Amici siam. – Scendiamo entro il battello. 1209
Enobarbo.
Bada di non cader. 1210
( (Partono Pompeo, Antonio, Cesare e seguito.) )
Menade, a terra
Io non andrò. 1211
Menade.
No, vieni alla mia stanza.
Olà, tamburi e trombe e suon di flauti! 1212
Ed ascolti Nettuno il fragoroso 1213
Nostro vale’ compagni. – Orsù, ribaldi, 1214
Sonate alto, sonate. 1215
( (Suono di trombe e di tamburi.) )
Enobarbo.
Il mio berretto
Vedete, o voi laggiù? 1216
Menade.
Mio duce, andiamo.
( (Partono.) )

Atto III

SCENA I.

( Una pianura nella Siria. )
( Entrano VENTIDIO, in atto di vincitore, SILIO con altri Romani uffiziali e soldati: dinanzi a Ventidio è recato il corpo di PACORO, figlio del re de’ Parti. )
Ventidio.
Terra de’ Parti arcieri, eccoti doma. 1217
Della morte di Crasso or me Fortuna 1218
Fece vendicator. – Recate voi 1219
Delle schiere al cospetto questa salma 1220
Del regal figlio. – Orode, il tuo Pacoro 1221
Solva il debito a noi per Marco Crasso. 1222
Silio.
Nobil Ventidio, mentre ancor del clado 1223
Partico sangue gronda il ferro tuo, 1224
Insegui i fuggitivi; in Media sprona 1225
Ed in Mesopotamia, e ovunque un covo 1226
S’apra ai vinti. Il tuo duce, il grande Antonio, 1227
Sul carro trïonfal t’addurrà seco, 1228
E di corone t’ornerà la fronte. 1229
Ventidio.
Silio, Silio! Abbastanza io feci. Avverti, 1230
Chi in basso sta può far troppo grande opra. 1231
O Silio, avverti ben: giacersi inerti 1232
Meglio è che conquistar soverchia fama, 1233
Quando colui, che noi serviamo, è assente. 1234
Vittorïosi fur Cesare e Antonio, 1235
Pei duci lor, ben più che per sè stessi: 1236
E Sossio, ch’era già locotenente 1237
D’Antonio, in Siria, per rapido eccesso 1238
Di fama che ad ogn’ora iva crescendo, 1239
Il suo favor perdè. Colui che, in guerra, 1240
Sa oprar più che non possa il duce suo, 1241
Duce diventa del suo duce; e quella 1242
Ambizïon, ch’è del guerrier virtude, 1243
Più d’un trionfo che offuscarla deve, 1244
Ha cara una sconfitta. Ed io potrei 1245
Meglio Antonio giovar; ma l’opra mia 1246
Offesa gli parrebbe, e in questa offesa 1247
N’andrian perdute le mie geste. 1248
Silio.
I pregi
Hai tu, Ventidio, senza cui dal suo 1249
Ferro un soldato si discerne appena. 1250
Dimmi, ad Antonio scriverai? 1251
Ventidio.
Vo’dirgli,
Umilemente, quanto nel suo nome, 1252
Magico a noi grido di guerra, oprammo; 1253
Come, co’suoi stendardi e con le schiere 1254
Bene assoldate, abbiam fugato in campo 1255
Il cavallo de’ Parti, invitto pria. 1256
Silio.
Or dov’è esso? 1257
Ventidio.
Verso Atene move.
Là ci affrettiamo, quanto a noi consente 1258
Il carco del bottin, per incontrarlo. – 1259
Orsù, in cammino. 1260
( (Partono.) )

SCENA II.

( Roma. – Nel palagio di Cesare. )
( Entrano AGRIPPA, da un lato, dall’altro ENOBARBO. )
Agrippa.
E già i colleghi adunque
Si separâr? 1261
Enobarbo.
Pompeo, fermato appena
Il patto, si partìa: del lor sigillo 1262
I tre l’hanno munito; Ottavia piange 1263
Di lasciar Roma; fatto mesto è Cesare; 1264
E Lepido, così Menade afferma, 1265
Dopo il convito di Pompeo, s’accascia 1266
E ha l’umor nero. 1267
Agrippa.
Affè, quel degno Lepido!
Enobarbo.
Nobile spirto! E quanto affetto ei serba 1268
A Cesare! 1269
Agrippa.
Nè manco adora Antonio.
Enobarbo.
Cesare? È il Giove de’mortali. 1270
Agrippa.
E Antonio?
È il dio di Giove. 1271
Enobarbo.
Di Cesare parli?
Incomparabil è. 1272
Agrippa.
D’Antonio? È desso
Un’araba fenice. 1273
Enobarbo.
Se dar lode
A Cesare tu vuoi, lo noma, e basta. 1274
Agrippa.
Prodigo ad ambo egli è di laudi immense. 1275
Enobarbo.
Ama Cesare più; pur ama Antonio. 1276
Nè cor, nè lingua v’ha, nè v’ha figura 1277
O scriba o vate che pensar, che dire 1278
Sappia, o estimar con cifre o canti, il grande 1279
Amor ch’ei nutre per Antonio. Eppure, 1280
Di Cesare si parla? A terra, a terra, 1281
E devoti ammirate. 1282
Agrippa.
Entrambi egli ama.
Enobarbo.
L’ale son essi, ed ei lo scarabeo. 1283
Dunque... 1284
( (Squillo di tromba.) )
Enobarbo.
È questo il richiamo. – Agrippa, vale.
Agrippa.
Lieta ventura, o buon soldato. – Vale. 1285
( Entrano CESARE, ANTONIO, LEPIDO e OTTAVIA. )
Antonio.
Non più oltre, signor. 1286
Cesare.
La miglior parte
Di me tu involi. – Se usi bene a lei, 1287
A me l’usi. – 1288
( (Ad Ottavia.) )
E tu sii tale una sposa
Qual già, o sorella, col pensier ti vidi 1289
Nell’alto segno in cui t’avean locata 1290
Le mie grandi promesse. – Illustre Antonio, 1291
Questo tesoro di virtù, cemento 1292
Del nostro mutuo affetto, e sua colonna, 1293
L’arïete non sia che ne percota 1294
Il saldo muro. Oh! meglio assai che questo 1295
Novo legame al nostro amor fallisse, 1296
Se ad ambo esser non dee sacro del pari. 1297
Antonio.
Con la sfidanza tua non farmi offesa. 1298
Cesare.
Dissi. 1299
Antonio.
Per quanto ad indagar ti sforzi,
La più leve cagion trovar non puoi 1300
Che sia scusa al timor che in te m’appare. 1301
Te veglin dunque i Numi, e de’ romani 1302
Faccian propeso il core a’ tuoi disegni. 1303
Separarci dobbiam. 1304
Cesare.
Sorella amata,
Vale, sì, vale. Fausti gli elementi 1305
Ti sièno, e serbin la tua gioia intera. 1306
Vale! 1307
Ottavia.
Oh nobil fratello!
Antonio.
Essa ha negli occhi
Raggio d’april: d’amore la novella 1308
Stagione è questa, e il pianto, ecco, l’irrora. – 1309
Ti consola. 1310
Ottavia.
Signor, benigni sensi
Abbi alla casa del consorte mio: 1311
E... 1312
Cesare.
Che vuoi dir?
Ottavia.
Te lo dirò in segreto.
( (Gli parla a voce sommesa.) )
Antonio.
La lingua al cor non obbedisce, e il core 1313
Non può avvivar la lingua sua: somiglia 1314
Alla piuma del cigno, che i marosi 1315
Sornuota al crescer del flutto, nè mai 1316
Da questa parte ovver da quella inchina. 1317
Enobarbo.
(Sottovoce ad Agrippa.) E che? Cesare piange? 1318
Agrippa.
D’una nube
Velato ha il viso. 1319
Enobarbo.
In lui sarìa vergogna,
Se, non uom fosse, ma cavallo. 1320
Agrippa.
Via!
Enobarbo, quel dì che Antonio vide 1321
Giulio Cesare morto, un grido mise, 1322
Anzi un ruggito; e quel dì che trafitto 1323
Trovò Bruto a Filippi, ei pianse. 1324
Enobarbo.
Un guasto
Umor, quell’anno, a lui dava travaglio; 1325
E si dolse per lor, che volentieri 1326
Vedea caduti. Credi al pianger suo, 1327
Quando anch’io piangerò. 1328
Cesare.
No, dolce Ottavia:
Novelle avrai di me; nè il tempo mai 1329
Volerà innanzi al mio pensier, che sempre 1330
Ti seguirà. 1331
Antonio.
Non più, n’andiam: d’amarla
Noi farem forte gara. Ecco, io t’abbraccio, 1332
Ed or te lascio: t’abbian caro i Numi. 1333
Cesare.
Vale! Felici siate. 1334
Lepido.
Al cammin vostro
Tutti gli astri del ciel splendano amici. 1335
Cesare.
(Baciando Ottavia.) Vale, sorella, vale. 1336
Antonio.
E voi, valete.
( (Squilli di trombe. Partono.) )

SCENA III

( Alessandria. – Stanza nel palagio di Cleopatra. )
( Entrano CLEOPATRA, CARMIONE, IRA e ALESSI. )
Cleopatra.
Dite, ov’è il messo? 1337
Alessi.
Quasi egli spaura
Di venirte dinanzi. 1338
Cleopatra.
Eh via! Ch’ei venga.
( Entra un MESSO. )
Alessi.
Buona regina, a te levar gli sguardi 1339
Non osa Erode di Giudea, se tale 1340
Il tuo piacer non sia. 1341
Cleopatra.
Di questo Erode
Il capo io vo’. – Ma come? Antonio, il solo 1342
Cui chiederlo io poteva, io l’ho perduto. – 1343
T’avvicina. 1344
Il Messo.
O sovrana maestosa...
Cleopatra.
Vedesti... Ottavia? 1345
Il Messo.
O temuta reina,
Sì. 1346
Cleopatra.
Dove?
Il Messo.
In Roma. – In viso ben la vidi,
Quando tra suo fratello e Marco Antonio 1347
Movea. 1348
Cleopatra.
Così com’io, della persona
Alta è dessa? 1349
Il Messo.
Non già.
Cleopatra.
Parlar l’udisti?
Ha voce acuta o fioca? 1350
Il Messo.
Io ben l’udii
Parlar: fioca ha la voce. 1351
Cleopatra.
Non è questo
Un pregio: a lungo non potrà piacergli. 1352
Carmione.
Piacergli? oh no, per Iside, giammai! 1353
Cleopatra.
Carmione, il credo ben: muta di voce, 1354
E nana! – E maestosa è nell’incesso? 1355
Lo nota ben, se maestà di aspetto 1356
Notasti mai. 1357
Il Messo.
Ch’ella cammini o posi,
È la stessa; trascinarsi, ed un corpo, 1358
Senza vita, ti appar; statua piuttosto 1359
Che una spirante creatura. 1360
Cleopatra.
È certo?
Il Messo.
È certo, o ch’io veder non so. 1361
Carmione.
L’Egitto
Tre non conta, che veggan più sottile. 1362
Cleopatra.
Costui ben vede, ne vo certa. E in lei 1363
Nulla v’è ancor... Quest’uomo ha retto senso. 1364
Carmione.
Senza pari. 1365
Cleopatra.
Sai tu dirmi qual sia
L’età di lei? 1366
Il Messo.
Vedova ell’era.
Cleopatra.
Udisti,
Carmion?... vedova. 1367
Il Messo.
Ell’ha, cred’io, trent’anni.
Cleopatra.
Il viso suo t’è fisso in mente? è lungo, 1368
O ritondo? 1369
Il Messo.
Ritondo, e di soverchio.
Cleopatra.
Que’ che l’hanno così, scemi son sempre. 1370
E il color de’capegli? 1371
Il Messo.
Bruno; e bassa
La fronte, quenato puoi bramarlo. 1372
Cleopatra.
Prendi
Dell’oro. Tu non dêi far mal pensiero 1373
Del primo impeto mio: vo’ rinvïarti 1374
Con messaggi: all’officio acconcio sei: 1375
Va, ti spaccia: le lettere son pronte. 1376
( (Il Messo parte.) )
Carmione.
È un uom di vaglia. 1377
Cleopatra.
È vero; ed io mi pento
Ch’aspra gli fui. Se deggio avergli fede, 1378
Non è colei cosa sublime. 1379
Carmione.
È nulla.
Cleopatra.
Quest’uom, cred’io, la maestà ravvisa. 1380
Carmione.
S’ei la ravvisa? Iside buona, al tuo 1381
Servigio ei fu sì a lungo. 1382
Cleopatra.
Altro dovrei
Chiedergli, o mia Carmion. Ma via, non giova. 1383
A scrivere m’affretto; e là, di nuovo 1384
Tu devi a me guidarlo. Uscir può tutto 1385
A lieto fin. 1386
Carmione.
Regina, io ten dò fede.
( (Partono.) )

SCENA IV.

( Atene. – Stanza nella casa d’Antonio. )
( Entrano ANTONIO e OTTAVIA. )
Antonio.
Nè questo, Ottavia, nè sol questo – ond’io 1387
Potrei, siccome d’altre molte offese 1388
Pari a questa, scusarlo, – ma di novo 1389
A Pompeo ruppe guerra, e dettar volle 1390
Il testamento suo, di cui lettura 1391
In pubblico egli fece: e di me appena 1392
V’è un motto: quando a forza gli convenne 1393
Nomarmi per onor, freddo e ritroso 1394
Mi ricordò, con la più parca e angusta 1395
Misura dell’encomio: e quando venne, 1396
Mai non ne colse il destro, o il fe’ soltanto 1397
Al fior di labbra. 1398
Ottavia.
Non dar fè, signore,
A questo; o, se così pensar tu dêi, 1399
No ti sdegnar: di tutte l’altre donne 1400
La più misera io son, se tal discordia 1401
Tra voi si fa. Fra le due parti avverse 1402
Pendere, e per entrambe alzar preghiera! 1403
M’avranno a scherno i santi Numi, ov’io: 1404
Siate propizii al mio sposo e signore, 1405
A lor dica; e, troncando a mezzo il voto, 1406
Oh benedite il fratel mio! pur gridi. 1407
Fausti all’un, fausti all’altro, ahi! questo voto 1408
Distrugge quello; nè v’ha mezzo alcuno 1409
Fra tali estremi. 1410
Antonio.
Eleggi, o dolce Ottavia,
Con giusto affetto quella parte, a cui 1411
Inchinar più ti giova. Se, perduto 1412
L’onor, me stesso io perdo, è miglior sorte 1413
Non esser tuo, ch’esserlo abbietto. Pure, 1414
Come tu chiedi, fra noi due puoi farti 1415
Conciliatrice. Intanto io vo’ la guerra 1416
Apparecchiar che il tuo fratello abbassi. 1417
Affretta l’opra tua, perchè si compia 1418
Quel che brami. 1419
Ottavia.
Sien grazie a te, signore.
Voglia Giove così ch’io, debil donna, 1420
Ahi! debil tanto, vi rimetta in pace! 1421
La guerra fra voi due sarebbe come 1422
S’aprisse il mondo, e colmar tale abisso 1423
Dovessero gli uccisi. 1424
Antonio.
Ove a te noto
Di tal sciagura sia l’autor, rivolgi 1425
Contro a quello il tuo cruccio: i falli nostri 1426
Non son pari così, che fra lor penda 1427
Incerto l’amor tuo. Vanne, ed appresta 1428
La dipartenza; i tuoi seguaci eleggi; 1429
E quanto giova a tuo talento imponi. 1430
( (Partono.) )

SCENA V.

( Atene. – Un’altra stanza nella stessa casa. )
( Entrano ENOBARBO ed ERO, da opposta parte. )
Enobarbo.
Or bene amico Ero?
Ero.
Strane novelle, signore.
Enobarbo.
Che mai?
Ero.
Cesare e Lepido fanno guerra a Pompeo.
Enobarbo.
Vecchia istoria. E che n’avvenne?
Ero.
Cesare, poi che seppe valersi di Lepido contro a Pompeo, ora lo rinnega per compagno suo, nè vuole ch’egli abbia parte nell’onor dell’impresa; anzi, non pago, a lui dà colpa d’aver prima mandate a Pompeo segrete note; quindi, su tale accusa, lo fa prigione. Così il tapino triumviro fu messo all’ombra, fino a che morte lo faccia uscir di bando.
Enobarbo.
Non ti restano più che due mascelle, 1431
O mondo. Ed or, per quanta esca lor gitti 1432
A maciullar, digrigneranno i denti 1433
L’un contro l’altro. Antonio ov’è? 1434
Ero.
Passeggia
Nel giardino, così, troncando il giunco 1435
Ch’e’ si vede dinanzi, e grida: Oh stolto 1436
Quel Lepido!... e la strozza segar vuole 1437
Al duce che assassin fu di Pompeo. 1438
Enobarbo.
Il nostro gran navile è pronto. 1439
Ero.
E move
Contro l’Italia e Cesare. M’ascolta, 1440
Domizio: il mio signor t’attende; e in altra 1441
Ora darti io dovea queste novelle. 1442
Enobarbo.
Per un nulla sarà: non giova. Andiamo, 1443
Ad Antonio mi guida. 1444
Ero.
Orsù, mi segui.

SCENA VI.

( Roma. – Stanza nel palagio di Cesare. )
( Entrano CESARE, AGRIPPA e MECENATE. )
Cesare.
Di Roma in onta, tutto questo ei fece, 1445
E più ancora. – Ciò avvenne, al suo costume, 1446
In Alessandria. In mezzo al foro, ei stesso 1447
E Clëopatra, in seggi d’oro assisi 1448
Come in trono, accogliean pubblico omaggio 1449
Dall’argentea tribuna: era a’lor piedi 1450
Cesarïon, che figlio al padre mio 1451
Nomano, e dopo lui quanti bastardi 1452
In lor lascivia han generati. Ei diede 1453
D’Egitto le provincie a Clëopatra, 1454
E sovrana assoluta della bassa 1455
Siria la fe’, di Cipro e della Lidia. 1456
Mecenate.
E questo, a tutti in faccia? 1457
Cesare.
Sì, nel marzio
Campo, dove s’addestrano le schiere. 1458
E re dei re nomando i figli suoi, 1459
La gran Media donò, l’Armenia e i Parti 1460
Ad Alessanndro; a Tolomeo la Siria 1461
Con la Cilicia e la Fenicia. Ed essa, 1462
La regina, vestita apparve come 1463
La diva Iside: accôrre in tale ammanto 1464
Chi a lei venìa sovente usò. 1465
Mecenate.
Che Roma
Il sappia. 1466
Agrippa.
E di cotal protervia sua
Roma già sazia, gli torrà ben tosto 1467
Ogni affetto. 1468
Cesare.
Già tutto il popol seppe,
E udì l’accusa sua. 1469
Agrippa.
Chi accusa ei dunque?
Cesare.
Cesare – perchè tolta la Sicilia 1470
Al figliuol di Pompeo, non gliene cesse 1471
La parte sua; soggiunge ch’ei mandommi 1472
Certe navi in ajuto, a lui non rese: 1473
Move querela infin, perchè deposto 1474
Fu Lepido trïumviro, e serbato 1475
Tutto il reddito suo siccome nostro. 1476
Agrippa.
E risponder tu devi. 1477
Cesare.
Il feci: e il messo
È già in cammino. Dissi lor che Lepido, 1478
Abusando il poter, troppo crudele 1479
S’è fatto, e meritò la sua caduta: 1480
Che parte cedo a lui de’ miei conquisti, 1481
Pur che d’Armenia a me, come degli altri 1482
Regni ch’egli occupò, serbi una parte. 1483
Mecenate.
Non ei consentirà. 1484
Cesare.
Nè fia ch’io ceda.
( Entra OTTAVIA. )
Ottavia.
Salve, o Cesare: o mio Cesare Salve! 1485
Cesare.
Nomarti ripudiata io dovea dunque? 1486
Ottavia.
Così giammai non mi nomasti, e alcuna 1487
Cagion non n’hai. 1488
Cesare.
Perchè giunger ti miro
Inavvertita? Tu non vieni, come 1489
La sorella di Cesare: a sua scorta, 1490
Un esercito aver dovria la sposa 1491
D’Antonio, e di corsieri alto nitrito 1492
Annunziarla da lunge; e d’aspettanti 1493
Gli arbori del cammino apparir carchi; 1494
E, per l’indugio in aspettar, gli accorsi 1495
Languire; e fino al ciel nembi di polve 1496
Dietro al corteggio popolar levarsi. 1497
E a Roma or giungi tu, come al mercato 1498
Femmina della plebe, e in noi previeni 1499
L’accoglienze d’amor, che, non palese, 1500
Spesso vien manco. Per terra e per mare 1501
Noi venuti saremmo ad incontrarti, 1502
Porgendo ad ogni sosta un novo omaggio. 1503
Ottavia.
Costretta a te non torno; il mio volere 1504
Libera, o mio signor, qui mi conclusse. 1505
Marc’Antonio, in udir che a nova guerra 1506
T’apparecchi, all’afflitto orecchio mio 1507
Recò tal nuova: ond’io di qui tornarne 1508
Grazia gli chiesi. 1509
Cesare.
E tosto ei la concesse;
Poichè se’ tu, fra sue lascivie e lui, 1510
Un inciampo. 1511
Ottavia.
Oh, non dir così!
Cesare.
Ben fissi
Ho gli occhi in esso; ed il vento mi porta 1512
D’ogni atto suo l’annuncio. Ov’è, tu il sai? 1513
Ottavia.
In Atene, signor. 1514
Cesare.
Non già, oltraggiata
Sorella mia! Lo richiamò d’un cenno 1515
Clëopatra. Egli die’ l’impero suo 1516
Ad una prostituta: ed ambo all’armi 1517
Tutti i re della terra or van chiamando 1518
Bocco, signor di Libia, ed Archelao 1519
Di Cappadocia; Filadelfo il rege 1520
Di Paflagonia, e quel di Tracia Adalla 1521
Egli raccolse; e Marco il re d’Arabia, 1522
E il re del Ponto; Erode di Giudea, 1523
E Mitridate re di Comagene, 1524
Il re di Medìa e quel di Licaonia, 1525
Polemone ed Aminta; e d’altri scettri 1526
Schiera più lunga. 1527
Ottavia.
Ohimè! misera donna,
Che ha il cor diviso fra’ suoi due congiunti 1528
Onde l’un l’altro preme. 1529
Cesare.
Benvenuta
Sii tu. Con le tue lettere indugiasti 1530
Tal discordia, finchè su te versato 1531
Non vidi il vitupero, e della nostra 1532
Incuria il danno. Or l’animo rintègra, 1533
Nè ti conturbi la stagion che tanto 1534
Cumulo di sventure erge sul tuo 1535
Primo contento, e lascia che l’immoto 1536
Destin conduca per sua via le cose. 1537
O tu, a me cara tanto, benvenuta 1538
In Roma or vieni. Oltre ogni umana idea, 1539
Tradita fosti; e noi , del par che tutti 1540
Cui diletta sei tu, di lor giustizia 1541
Ministri fanno i sommi Iddii. T’allieta, 1542
E il tuo venir sia fausto sempre. 1543
Agrippa.
Salve,
Signora nostra. 1544
Mecenate.
Ottavia, salve! In Roma
Ogni cor t’ama e a te compiange: solo 1545
Quell’adultero Antonio, ne’ suoi ciechi 1546
Abbominandi eccessi, or ti rinnega, 1547
E ad una druda il suo poter concede, 1548
Che contro noi sorge e minaccia. 1549
Ottavia.
È vero?
Cesare.
Nulla più certo. – Ben qui giunga: oh serba 1550
La pazïenza tua, sorella amata. 1551
( (Partono.) )

SCENA VII.

( Il campo d’Antonio, presso il promontorio d’Azio. )
( Entrano CLEOPATRA ed ENOBARBO. )
Cleopatra.
Che mi soverchi tu? Giammai. 1552
Enobarbo.
Ma come?
Perchè? Perchè? 1553
Cleopatra.
Di teco unirmi in questa
Guerra m’hai divietato, e inopportuno 1554
Lo dicesti. 1555
Enobarbo.
E che sia, che sia tu credi?
Cleopatra.
Tal non è forse? Fu intimitata a noi; 1556
Ed esser qui non devo io stessa? 1557
Enobarbo.
(In disparte.) Farti
Risposta ben saprei. – Se in campo usciamo 1558
Con cavalli e giumente in una, è certo 1559
Che i cavalli sarian come perduti: 1560
Soma sarian del paro alle giumente 1561
Fanti e cavalli. 1562
Cleopatra.
Che di’ tu?
Enobarbo.
Restando,
Poni inciampo ad Antonio; e dal suo core, 1563
Dal suo senno, dal tempo a lui concesso, 1564
Quel ch’ei gittar non può, rapisci. Accusa 1565
D’uom lieve già gli è data; e Roma dice 1566
Che l’eunuco Fotino e le tue donne 1567
Guidan l’impresa. 1568
Cleopatra.
Crolli Roma, e tutte
Peran le lingue contro a noi vibranti! 1569
Di questa guerra il pondo anch’io sopporto; 1570
E, di mie terre reggitrice, or voglio 1571
Qui, com’uom, apparir. Non più contrasto: 1572
Io non m’arretro. 1573
Enobarbo.
Ho detto: ecco s’avanza
L’imperator. 1574
( Entrano ANTONIO e CANIDIO. )
Antonio.
Canidio, ch’ei, sì ratto
Da Taranto e da Brindisi movendo, 1575
Solchi l’ionio mar, Taurina occùpi, 1576
Strano non è? – 1577
( (A Cleopatra.) )
L’udisti, o mia diletta?
Cleopatra.
Pronta opra non è mai tanto ammirata 1578
Che da ozïoso spirto. 1579
Antonio.
Argutto motto,
Che al meglio accorto onor farebbe, e punge 1580
La noncuranza mia. – Canidio, in mare 1581
Afrontar lo vogliamo. 1582
Cleopatra.
Ove il potresti,
Se non in mar? 1583
Canidio.
Perchè così decidi?
Antonio.
Perchè sfidarci egli osa. 1584
Enobarbo.
E lui, del paro,
A pugna singolar tu disfidasti. 1585
Canidio.
Campal battaglia, a Farsalo, gli offrivi, 1586
Dove Cesare a fronte ebbe Pompeo: 1587
Ma non utile a lui parve l’invito, 1588
E nol tenne. Tu pur, rifiuta il suo. 1589
Enobarbo.
Non è ben rifornito il tuo navile: 1590
Mulattieri, coloni a forza accolti, 1591
Ne son la ciurma. Marinai, che contro 1592
Pompeo pugnâr, di Cesare han le navi: 1593
Le sue rapide e pronte, e , per gran mole, 1594
Lente le tue; se in mar nieghi affrontarlo, 1595
Onta non hai, mentre lo attendi in terra. 1596
Antonio.
In mare, in mar! 1597
Enobarbo.
Così, il vigor securo
Che in terra han le tue schiere andrà perduto; 1598
E l’esercito tuo, che d’agguerriti 1599
Fanti ha gran nerbo, così tu dividi; 1600
E quell’esperta tua guerriera mente 1601
Lasci inerte; così del buon successo 1602
Perdi le vie, gittando ogni più ferma 1603
Certezza in man del caso e del periglio 1604
Antonio.
In mar combatterò. 1605
Cleopatra.
Sessanta vele
Io m’ho ancor; nè può Cesare vantarne 1606
Di migliori. 1607
Antonio.
Arderò del mio navile
Tutto il soverchio; e, con quanto rimane 1608
Bene armato, saprem dal capo d’Azio 1609
Cesare rincacciar, dove s’appressi: 1610
Se mal rïesca, sosterremo in terra 1611
Lo scontro. 1612
( Entra un MESSAGGERO. )
Antonio.
O tu che rechi?
Il Messo.
Grave e vera
Novella: in vista è l’inimico; Cesare 1613
Prese Taurina. 1614
Antonio.
Che di’ tu? egli stesso?
Ch’ei già in Taurina sia con le sue schiere, 1615
Esser non può. – Camidio, delle nostre 1616
Diecinove legioni e de’ cavalli 1617
A te il comando. Noi saliam la nave. – 1618
Vien, mia Teti. – 1619
( (A Cleopatra.) )
( Entra un SOLDATO. )
Qual rechi annunzio, o prode?
Il Soldato.
Illustre imperator, non affidarti 1620
Su impuditri legni ad uno scontro 1621
Sul mare. – A questo ferr, a queste mie 1622
Ferite credi tu? Fenicj, egizii 1623
Diguazzar lascia: noi pugnam, vinciamo, 1624
Il terren conquistando a passo a passo. 1625
Antonio.
N’andiam, non più. 1626
( (Partono Antonio, Cleopatra ed Enobarbo.) )
Il Soldato.
Per Ercole, io non fallo.
Canidio.
Soldato, il ver tu di’; ma l’opra sua 1627
Al voler non risponde. Altri conduce 1628
Il duce nostro; e qui, noi siam guerrieri 1629
Di femmine. 1630
Il Soldato.
Al tuo cenno non son tutte
Le legioni e i cavalli? 1631
Canidio.
Marco Ottavio,
E Publicola e Celio, e Marco Giustio 1632
Comandano sul mar: noi tutte quante 1633
Le milizie di terra. Una venuta 1634
Di Cesare sì pronta, ogni credenza 1635
Soverchia. 1636
Il Soldato.
Quando in Roma ei stava ancora,
Le sue forze, a manipoli inviate, 1637
Tutti ingannâr gli esploratori. 1638
Canidio.
E noto
T’è il suo locotenente? 1639
Il Soldato.
Un che si noma
Tauro, cred’io. 1640
Canidio.
Ben io costui conosco.
( Entra un MESSAGIERO. )
Il Messag.
L’imperator Canidio attende. 1641
Canidio.
Il tempo
Gravido è d’alti fatti; nè minuto 1642
Passa, senza che alcun non sia maturo. 1643
( (Partono.) )

SCENA VIII

( La pianura vicino ad Azio. )
( Entrano CESARE, TAURO, uffiziali ed altri. )
Cesare.
Tauro. 1644
Tauro.
Signor!
Cesare.
Non avanzarti in terra:
Le tue posse raccogli, e in campo aperto 1645
Non scender, pria che la naval battaglia 1646
Non sia finita: nè per te si ecceda 1647
Il cenno ch’è qui scritto. – Da un supremo 1648
Cimento pende la fortuna nostra. 1649
( Entrano ANTONIO ed ENOBARBO. )
Antonio.
Da quel lato del colle sian locate, 1650
De le forze di Cesare a riscontro, 1651
Le nostre squadre: numerar le navi 1652
Di là potremo, e oprar qual più ne torni. 1653
( (Partono.) )
( Entra CANIDIO, conducendo l’esercito di terra, da una parte della scena: dall’altra Tauro, con le milizie di Cesare. Dopo il passagio di queste, s’ode lo strepito di una battaglia navale. )
( Squilli di trombe. – Ritorna ENOBARBO. )
Enobarbo.
Tutto perduto!... ahi tutto, tutto! A tale 1654
Vista non reggo: rivolta la prora, 1655
L’Antonïade, l’egizia capitana, 1656
Fugge con ben sessanta vele: ed io 1657
Cieco divenni nel mirarle. 1658
( Entra SCARO. )
Scaro.
O Numi,
O Dive! o sacro Olimpo! 1659
Enobarbo.
Un tale affanno
Ond’è mai? 1660
Scaro.
Della terra andò perduta
La miglior parte, per l’inerzia nostra: 1661
De’ baci a noi rapîr provincie e regni. 1662
Enobarbo.
Qual è l’aspetto della pugna? 1663
Scaro.
Ahi! mostra
Dal nostro lato pestilenti impronte, 1664
Nunzie di morte: divori la lebbra 1665
Questa laida giumenta dell’Egitto! 1666
Allor che, in mezzo della mischia, eguali 1667
Pendean le sorti, a paro di gemelle, 1668
E più adulta parea la nostra – a un tratto, 1669
Qual da estivo tafano una giovenca 1670
Ferita, al vento apre le vele e fugge. 1671
Enobarbo.
Ben lo vidi; e le mie pupille, inferme 1672
A cotal vista, non potean più a lungo 1673
Sostenerla. 1674
Scaro.
Ebbe appena il timon vôlto,
Che, delle sue malìe vittima illustre, 1675
Antonio stese l’ale sue marine, 1676
Com’anitra smarrita, e la battaglia 1677
Lasciando, appo lei fugge. Mai cotanta 1678
Vergogna non vid’io: virile onore, 1679
Guerresca esperïenza a sè giammai 1680
Non recâr tanto oltraggio. 1681
Enobarbo.
Oh miserando!
( Entra CANIDIO. )
Canidio.
Già il respir manca alla nostra fortuna, 1682
E va sommersa in mar. Se il duce nostro 1683
Nella mischia apparìa, qual era un giorno, 1684
Vincitori saremmo. Ei ne die’, primo, 1685
Di troppo vile fuga il vile esempio. 1686
Enobarbo.
(Fra sè.) A tal veniste? – Or ben, tutto è finito. 1687
Canidio.
Verso il Peloponneso ei van fuggendo. 1688
Scaro.
È facile la via: colà, gli eventi 1689
Attenderò. 1690
Canidio.
Con le legioni mie
E coi cavalli a Cesare m’arrendo: 1691
Della sommissïon già m’additâro 1692
Sei regi il calle. 1693
Enobarbo.
Benchè il vento spiri
Di mia raggione avverso a me, pur voglio 1694
Seguir d’Antonio la ferita sorte. 1695
( (Partono.) )

SCENA IX

( Alessandria. – Stanza nel reale palagio. )
( Entra ANTONIO, con alcuni SEGUACI. )
Antonio.
Oh! la terra non vuol ch’io più la calchi, 1696
Chè di portarmi si vergogna! – Amici, 1697
Venite. Ahi! Tanto mi indugiai nel mondo, 1698
Chè per sempre ho perduto il mio cammino. – 1699
Carco d’oro un naviglio a me rimane; 1700
Vel cedo, il dividete: ite a far pace 1701
Con Cesare! fuggite. 1702
I Seguaci.
Fuggir noi?
No. 1703
Antonio.
Non son io fuggito? Agli altri io primo
Ad esser vile, ed a voltare il tergo 1704
Non appresi?.. Oh! partite, amici: io sono 1705
A tal via risoluto, che mestieri 1706
Di voi non ho. Partite, il mio tesoro 1707
Sta nella rada: è vostro. Io corsi dietro 1708
A ciò che di rossor, solo a mirarlo, 1709
Or mi copre: il mio crine si solleva; 1710
E fan rampogna i capei bianchi a’ bruni 1711
Di loro audacia, e questi a quei di tanta 1712
Ignavia e codardìa. – Qui mi lasciate. 1713
Lettere avrete per gli amici miei, 1714
Che al vincitor v’apran la via. Ven prego, 1715
Non v’attristate nè mi fate inciampo; 1716
Quel consiglio, che a voi la disperata 1717
Mia sorte addita, l’accogliete; e sia 1718
Colui, che s’abbandona, abbandonato. 1719
Ratti, al lido: il possesso della nave 1720
E de’ tesori suoi vi do: sol prego, 1721
Sol vi scongiuro, mi lasciate alquanto. 1722
Vedete, d’imperar perduto ho il dritto, 1723
Ond’io prego! – Verrò, fra poco, a voi. 1724
( (Siede.) )
( Entrano ERO, CLEOPATRA, appoggiata a CARMIONE, ed IRA. )
Ero.
A lui vieni, o regina; e tu il conforta. 1725
Ira.
Sì, diletta regina. 1726
Carmione.
E ch’altro puoi?
Cleopatra.
Ch’io m’assida. – O dea Giuno!... 1727
Antonio.
No, no, vanne
No, no! 1728
Ero.
Vedi, signor.
Antonio.
Via, via!
Carmione.
Regina!
Ira.
O buona imperatrice! 1729
Ero.
O signor, vedi.
Antonio.
Sì, vedi, vedi! – Egli, a Filippi, il ferro, 1730
Come un mimo tenea, quand’io percossi 1731
Quel Cassio magro e pien di rughe; io fui 1732
Che al suo fin trassi il folle Brutto: e intanto, 1733
Ignaro d’ogni forte opra di guerra, 1734
Cesare, de’ suoi duci usava l’arte: 1735
Ed or... ma nulla giova. 1736
Cleopatra.
(Alle sue donne.) Vi scostate.
Ero.
Signor, deh! mira la regina. 1737
Ira.
(A Cleopatra.) Oh! a lui
Vien, gli parla: per l’onta, ei perde il senno. 1738
Cleopatra.
Ahi lassa! mi reggete. 1739
Ero.
O signor, sorgi:
La reina s’appressa; il capo inchina, 1740
Morte ha nel cor: solo un accento, e puoi 1741
Far che riviva. 1742
Antonio.
Alla mia fama oltraggio
Io stesso feci. Oh fuga vile! 1743
Ero.
Mira,
È la regina. 1744
Antonio.
A che fin per te venni,
O egizia?... A te celar la mia vergogna 1745
Sol poss’io, riguardando alle reliquie 1746
Del mio caduto onor. 1747
Cleopatra.
Deh! tu perdona
Alle mie vele, per terror fuggenti: 1748
Che seguito m’avresti io non credea. 1749
Antonio.
Troppo, o egizia, sapevi che il cor mio 1750
Da più tenaci nodi alle tue prore 1751
Era avvinto, e t’avria seguìto ovunque; 1752
Sapevi in tua balìa tutta quest’alma, 1753
Che al cenno tuo la volontà de’ Numi 1754
Avrebbe infranta. 1755
Cleopatra.
Oh perdona!
Antonio.
Or m’è forza
Invïar preghi umìli a quel garzone, 1756
E di viltade per le oblique vie 1757
Strisciarmi, io che a trastullo pallegiava 1758
Metà del mondo, io che le sorti altrui 1759
Creava, o disfacea! Sapevi quanto 1760
Fossi captivo a te, quanto cotesta 1761
Spada, fiaccata dall’affetto mio, 1762
T’obbedirebbe. 1763
Cleopatra.
Oh perdona, perdona!
Antonio.
Non versare una lagrima, ti dico! 1764
Una lagrima tua val tutto quanto 1765
Fu già vinto e perduto. Un bacio dammi: 1766
A compensarmi basta. – Al precettore 1767
De’ nostri figli diedi il carco... E ancora 1768
Non torna? – Dolce amor, grave qual piombo 1769
Ho il capo. – Olà, del vin: la cena è presta? 1770
Più Fortuna minaccia, e più la spregio. 1771
( (Partono.) )

SCENA X

( Il campo di Cesare in Egitto. )
( Entrano CESARE, DOLABELLA, TIREO e altri. )
Cesare.
L’inviato d’Antonio a me s’avanzi. 1772
(A Dolabella.) Il conosci? 1773
Dolabella.
È il maestro de’ suoi figli.
Cesare, vedi a quale stremo ei venne, 1774
Poi che dell’ali sue questa ei ti manda 1775
Misera piuma, ei che per messi avea 1776
Monarchi e prenci, poche lune or sono. 1777
( Entra EUFRONIO. )
Cesare.
T’appressa, e parla. 1778
Eufronio.
A te mi manda Antonio,
Qual io mi sia, benchè sì picciol dianzi 1779
Fossi agli intenti suoi, com’è per questo 1780
Ampio mar stilla di rugiada, in seno 1781
D’una foglia di mirto. 1782
Cesare.
E sia: m’esponi
Il tuo messaggio. 1783
Eufronio.
Antonio in te saluta
Il signor di sua sorte, e viver chiede 1784
In Egitto: se il nieghi, ei meno ancora 1785
A te chiede; ed invoca che tu il lasci 1786
Fra un cielo e terra respirar, siccome 1787
Uom privato in Atene: e ciò per esso. – 1788
Poi, Clëopatra, che la tua grandezza 1789
Confessa e accetta il tuo sovran potere, 1790
Domanda, a prò de’ suoi figliuoli, il serto 1791
De’ Tolomei, ch’ora è in tua mano. 1792
Cesare.
È chiuso
L’orecchio mio d’Antonio alla richiesta. 1793
Ad udir la regina e ad appagarla 1794
Presto io son, purchè dessa fuor d’Egitto 1795
Scacci il suo drudo inonorato, o il tolga 1796
Di vita. Ove per lei questo sia fatto, 1797
Invan non pregherà. Risposi ad ambo. 1798
Eufronio.
Te guidi la fortuna! 1799
Cesare.
Ei sia per mezzo
Le nostre schiere ricondotto. – 1800
( (Eufronio parte.) )
( (A Tireo.) )
È l’ora,
Che l’eloquenza tua s’adopri. Or vanne: 1801
Disgiungi Antonio e Clëopatra: a lei 1802
Quanto brama prometti, ed altre unisci 1803
Profferte, a grado tuo: femmina mai 1804
Salda non regge, in lieta sorte: misera, 1805
Diverrebbe spergiura una vestale 1806
Non mai contaminata. Or dêi, Tireo, 1807
Far di te saggio: poi, per tuo compenso, 1808
L’editto scrivi tu che a noi fia legge. 1809
Tireo.
Cesare, io parto. 1810
Cesare.
Nota come Antonio
Regga alla sua caduta; e tutti spia 1811
I moti, ond’ei riveli i suoi disegni. 1812
Tireo.
Io t’obbedisco, Cesare. 1813
( (Partono.) )

SCENA XI.

( Alessandria. –¬ Stanza nel reale palagio. )
( Entrano CLEOPATRA, ENOBARBO, CARMIONE e IRA. )
Cleopatra.
Enobarbo,
A far che resta a noi? 1814
Enobarbo.
Pensar, morire.
Cleopatra.
Nostra è colpa, o d’Antonio? 1815
Enobarbo.
Antonio solo
Dêssi accusar, che fe’ ragion soggetta 1816
Al suo desir. Che importò la tua fuga 1817
Da quella vasta fronte di battaglia, 1818
Onde un’armata all’altra era spavento? 1819
Perchè seguir ti volle? Non dovea 1820
Pungerlo sì l’amor, che spento in lui 1821
Fosse il dover di duce, in quel supremo 1822
Istante che le due metà del mondo 1823
Cozzavano, e cagion della gran lite 1824
Era ei solo. Vergogna, al danno pari, 1825
Gli era seguire i tuoi pennon fuggenti, 1826
Le atterrite sue navi abbandonando. 1827
Cleopatra.
Deh taci! 1828
( Entrano ANTONIO ed EUFRONIO. )
Antonio.
(Ad Eufronio.) È questa la risposta?
Eufronio.
È questa.
Antonio.
Dritto avrà la regina al favor suo, 1829
Purchè di noi faccia rifiuto. 1830
Eufronio.
Il disse.
Antonio.
Ch’ella lo sappia. – 1831
( (A Cleopatra.) )
Questo grigio capo
Manda al fanciullo Cesare, e di regni 1832
Piene ei farà tue voglie. 1833
Cleopatra.
Questo capo,
Signor?... 1834
Antonio.
(Ad Eufronio.) Ritorna a lui; digli ch’ei porta
Le rose ancor di giovinezza in viso, 1835
Che da lui vuol qualche grand’opra il mondo: 1836
Auro, navi, legioni, quant’è suo, 1837
Esser può d’ogni vile; e vincer ponno 1838
I suoi ministri al cenno d’un fanciullo, 1839
Come a quello di Cesare. Per questo, 1840
A dispogliar le sue splendenti mostre 1841
Lo sfido; e, ferro contro ferro, ei solo, 1842
Contra me solo, già negli anni inchino, 1843
A misurarsi. – Or, questo io scrivo. Vieni. 1844
( (Partono Antonio ed Eufronio.) )
Enobarbo.
Eh via! Che si disarmi il trïonfante 1845
Cesare della sua lieta fortuna, 1846
E a specttacolo scenda, e al paragone 1847
D’un battagliero? Il veggo, il senno umano 1848
Non è che parte dell’umana sorte, 1849
E si muta con lei: le cose esterne 1850
Menan le interne facoltà con seco 1851
Nella caduta. E sognar può costui, 1852
In sua piena ragion, che a lui sì gramo 1853
L’avventurato Cesare risponda? – 1854
Cesare, hai vinto anche il suo senno. 1855
( Entra un SEGUACE. )
Il Seguace.
Un messo
Di Cesare. 1856
Cleopatra.
Senz’altra riverenza? –
Vedete, ancelle mie, come le nari 1857
Turan dinanzi alla sfiorita rosa, 1858
Color che all’aprir suo s’eran prostrati. – 1859
Il messo venga. 1860
Enobarbo.
Già con me s’adirà
L’onestà mia. – Devota ai folli, è anch’essa 1861
Follìa la fede. Pur, chi tanto è forte, 1862
Che fedel segua il suo signor caduto, 1863
Il vincitor di lui vince, e sorvive 1864
Nella storia. 1865
( Entra TIREO. )
Cleopatra.
Che vuol Cesare?
Tireo.
L’odi
Segretamente. 1866
Cleopatra.
Qui non son che amici.
Libero parla. 1867
Tireo.
Forse ei son, del paro,
D’Antonio amici. 1868
Enobarbo.
E n’ha mestier di tanti
Quanti Cesare n’ha: se no, qui nulla 1869
Opriam per lui. Volente il signor nostro 1870
All’amistà di Cesare si dona, 1871
Se tale è il piacer suo. Di noi, t’è noto 1872
Che siam di lui ch’ei segue: ond’è che tutti 1873
Noi saremo di Cesare. 1874
Tireo.
Tal sia. –
Odi dunque, o regina. Te scongiura 1875
Cesare, che, in quest’ora a cui venisti, 1876
Tutto, fuor ch’egli è Cesare, tu scordi. 1877
Cleopatra.
Segui: è regal parola. 1878
Tireo.
Ei sa che avvinta
Ad Antonio sei tu, non dall’affetto, 1879
Dal terrore. 1880
Cleopatra.
Ah!...
Tireo.
Pietà quindi lo mosse
Degli oltraggi ch’ei fece all’onor tuo, 1881
Opre di violenza, e non mertate. 1882
Cleopatra.
Egli è un nume, ed il ver conosce e vede: 1883
Non cedei l’onor mio, ma fu conquiso. 1884
Enobarbo.
(Fra sè.) Perchè certo io ne sia, chieder vo’ questo 1885
Ad Antonio: Signor, sì rotto il fianco 1886
Ha la tua nave, che a noi sol rimane 1887
Lasciar che affondi: se chi t’è più caro 1888
T’abbandona. – 1889
( (Enobarbo parte.) )
Tireo.
Degg’io quel che tu brami
A Cesare annunziar? ch’egli ha costume 1890
Di consigliar quanto conceder brama. 1891
Lieto ei sarà, se della sua fortuna 1892
Ti fai sostegno; ma l’udir che Antonio 1893
Tu lasci, e attendi dal signor del mondo 1894
Il tuo schermo, sarà fiamma al suo spirto. 1895
Cleopatra.
Qual ti nomi? 1896
Tireo.
Tireo.
Cleopatra.
Messo cortese,
Al gran Cesare reca che la sua 1897
Trïonfal mano, per tuo mezzo, io bacio. 1898
Digli che pronta a’ piedi suoi depongo 1899
La mia corona, e a lui mi prostro: digli 1900
Che, dal supremo alito suo, d’Egitto 1901
Attendo il fato. 1902
Tireo.
La più saggia via
Così tu eleggi. Se tra lor fan guerra 1903
Sapïenza e fortuna, e quella appena 1904
Ardisce ciò che può, nulla giammai 1905
La crollerà. Su la tua man mi lascia 1906
Depor l’omaggio mio. 1907
Cleopatra.
Spesso, di regni
Il conquisto sognando, i labbri impresse 1908
Su questa indegna mano, e piovve baci 1909
Del tuo Cesare il padre. 1910
( (Gli porge la mano.) )
( Ritornano ANTONIO ed ENOBARBO. )
Antonio.
Pel Tonante!
Tai grazie?... Chi sei tu, ribaldo? 1911
Tireo.
Io sono
Colui che del signor più grande, e degno 1912
D’obbedienza, il cenno adempie. 1913
Enobarbo.
Via!
Alle sferze costui! 1914
Antonio.
Sparviero ingordo!
Tu! – Per il Cielo e per l’Averno! Il mio 1915
Poter fugge da me. Quand’io, pur ora, 1916
Olà! gridava, quai fanciulli a stormo, 1917
Correano i re sclamando: Che desiri? – 1918
Non han più orecchi? Antonio ancor son io. 1919
( Entrano alcuni SERVI. )
Antonio.
S’afferri questo vil. Ch’e’ sia sferzato! 1920
Enobarbo.
Meglio d’un lïoncin l’ira, che quella 1921
D’un antico lion quando si muore. 1922
Antonio.
Per la luna e per gli astri! e’ sia sferzato, 1923
Fosser ben anco venti e de’ più grandi 1924
Tributarj di Cesare sì audaci 1925
Per aver tocca la man di costei. – 1926
Qual nome è il suo, da che non è Cleopatra? – 1927
Sì, lo sferzate, insin ch’io ’l vegga, come 1928
Fanciullo, raggrinchiarse e metter guai. 1929
Via di qui! 1930
Tireo.
Marc’Antonio...
Antonio.
Via! poi, quando
Provato abbia le sferze, qui ritorni: 1931
Questo schiavo di Cesare un messaggio 1932
Per me gli apporti. 1933
( (I Servi con Tireo partono.) )
Antonio.
(A Cleopatra.) Quand’io te conobbi,
Mezzo sfatta eri tu! Ah, potei dunque 1934
L’origlier mio nuzïal lasciare in Roma 1935
Non tocco, giusta prole rifiutando 1936
Da quella gemma infra le donne, solo 1937
Per trarmi all’esca di cotesta druda 1938
Che i servi adocchia? 1939
Cleopatra.
Mio signor...
Antonio.
Bugiarda
Ingannatrice fosti ognor. – Ma quando, 1940
Ahi miseria! s’indura il vizio in noi, 1941
Ci serran le pupille i saggi Numi, 1942
E, caduto in quel lezzo il nostro senno, 1943
Ci fan mancipii all’error nostro; e mentre 1944
A rovina corriam superbi, a loro 1945
Siam r iso. 1946
Cleopatra.
A tal si venne?
Antonio.
Io ti trovai
Della mensa di Cesare rifiuto, 1947
Anzi di quella di Pompeo, le laide 1948
Ore non noverando d’altro foco, 1949
Che volgar fama non ha scritte. – Oh certo 1950
Indovinar tu puoi, non dir che sia 1951
Virtù di continenza! 1952
Cleopatra.
Oh! perchè questo?
Antonio.
Che un vile nato a mendicar mercede, 1953
E a dire: Il ciel te ne rimerti, or vegna 1954
Dimestico così con la compagna 1955
Del mio piacer, con la tua man, con questa 1956
Regale impronta, de’ più alti cori 1957
Mallevadrice!... Oh di Basàn foss’io 1958
Sul giogo a urlar, misto al cornuto armento, 1959
Chè n’ho fera cagione; e in guisa umana 1960
Ridirla, sarìa far come il dannato, 1961
Che della fune che il serra alla strozza 1962
Rende grazie al carnefice. – 1963
( Ritornano i Servi con TIREO. )
Antonio.
Sferzato
Ei fu? 1964
1º Servo.
Sì, fieramente.
Antonio.
E gridò forte,
E mercede invocò? 1965
1º Servo.
Sì, grazia chiese.
Antonio.
(A Tireo.) Se hai vivo il padre, ei si dorrà che nato 1966
Non sii fanciulla: e tu dovrai pentirti 1967
Che, a Cesare seguace in suo trionfo, 1968
Fosti per ciò dato alla sferze. Ormai, 1969
La bianca man d’una donna mirando, 1970
Tu dêi per febbre abbrividir... Va, riedi 1971
A Cesare; gli espon come t’accolsi; 1972
Digli, e il rammenta, ch’ei m’accese all’ira, 1973
Perchè, meco sì altero e disdegnoso, 1974
Ricanta quel ch’io son, nè quel che fui 1975
Ripensa più: quindi, nel tempo istesso 1976
Che più facil m’adiro, egli m’aizza 1977
Or che gli astri, a me un dì propizia guida, 1978
Si disvîar da’ cerchi lor, scagliando 1979
Le amiche fiamme in fondo degli abissi. 1980
E se il mio dir l’offende, o quel ch’io feci, 1981
Gli aggiungi che in sua mano Ipparco ei tiene, 1982
Il mio liberto, e a grado suo può darlo 1983
A torture, a flagelli, od alle forche, 1984
Per aver suo ricambio. Insisti pure; 1985
E, coi segni sul tergo, intanto vanne! 1986
( (Parte Tireo.) )
Cleopatra.
Tutto dicesti? 1987
Antonio.
Ahi! la terrena luna
Già per noi s’ecclissò: quest’è presagio 1988
Che Antonio cade. 1989
Cleopatra.
Aspetto che si compia.
Antonio.
Così, per piaggiar Cesare, tu alterni 1990
Furtivi sguardi con un vil, che allaccia 1991
I suoi fermagli? 1992
Cleopatra.
Nè ancor mi conosci?
Antonio.
Cor di ghiaccio per me?... 1993
Cleopatra.
Se tale io sono,
S’è di ghiaccio il mio core, avvelenata 1994
Grandine vi si addensi, e di mia vita 1995
Ingombri le sorgenti e la dissolva! 1996
E Cesarion ne sia percosso; e quanti 1997
Son memoria del mio grembo fecondo, 1998
E in un gli egizii tutti, il riversante 1999
Uragano tranghiotta, ed insepolti 2000
Giaccian, finchè del Nil gl’insetti a sciami 2001
Calino a divorarli. 2002
Antonio.
Ora son pago.
Ad Alessandria Cesare s’accampa: 2003
Colà il suo fato affrontar voglio. A terra 2004
Le nostre schiere fur valenti; il nostro 2005
Navil disperso si raccoglie, e in sua 2006
Minaccia il mar risolca. – Ove n’andaste, 2007
O miei spirti? – Odi, o donna! Se dal campo, 2008
Per baciar questa bocca un’altra volta 2009
Io qui ritorno, di sangue coverto 2010
Apparirò. Questa mia spada ed io 2011
Conquisterem la storia. Ancora io spero. 2012
Cleopatra.
È desso il prode signor mio! 2013
Antonio.
Le posse
Del mio cor, de’ miei nervi e del respiro 2014
Addoppierò, pugnerò a morte! Quando 2015
A me l’ore fuggìan vaghe e gioconde, 2016
Con un motto i captivi avean’ ricompra 2017
Da me lor vita: or caccerò, con fiero 2018
Serrar di denti, all’Orco ognun che attenti 2019
Di placarmi. – Su via, trascorra in festa 2020
Un’altra notte; gli afflitti miei duci 2021
Vegnan tutti, ricolminsi le coppe! 2022
Ed al cupo sonar di mezzanotte, 2023
Ridiamo ancora! 2024
Cleopatra.
È il dì del mio natale.
Povere feste io m’attendea: ritorna 2025
Antonio il signor mio, sarò Cleopatra. 2026
Antonio.
Tutto per bene. 2027
Cleopatra.
A lui qui vengan dunque
I suoi nobili duci. 2028
Antonio.
Udiste? Ad essi
Io parlerò: vo’ che Lieo rinsaldi 2029
Le cicatrici loro, in questa notte. 2030
Andiamo, mia regina!... Ancor c’è vita. 2031
Fra poco, quando un’altra volta in campo 2032
Io scenda, amante mia farò la morte; 2033
Sarò il rival della sua orrenda falce. 2034
( (Partono Antonio, Cleopatra e i Servi.) )
Enobarbo.
La folgore offuscar costui presume, 2035
Esser furente, e fuggir per terrore 2036
Dal terror: per tal guisa, la colomba 2037
Può lo struzzo affrontar. Tal è: di nuovo, 2038
Scemando il senno, ricovra il suo core 2039
Il duce nostro. E al valor, se vien manco 2040
Ragione, il ferro che brandìa si spezza. – 2041
Or, di lasciarlo io cercherò la via. 2042
( (Parte.) )

Atto IV

SCENA I.

( Il campo di Cesare ad Alessandria. )
( Entrano CESARE, leggendo uno scritto; AGRIPPA, MECENATE e altri. )
Cesare.
Fanciul mi chiama e mi rimbrotta, quasi 2043
Fuor d’Egitto cacciarmi egli potesse. 2044
Il messaggiere mio diede alle verghe, 2045
E me disfida a singolar battaglia; 2046
Cesare contro Antonio! – Or sappia il vecchio 2047
Ribaldo che a morir ben altre vie 2048
Restanmi: alle sue sfide, intanto, io rido. 2049
Mecenate.
Cesare pensi che, se cede all’ira 2050
Un uom sì grande, ciò vuol dir che al suo 2051
Tramonto ei volge. – E tu, non darli tregua; 2052
Ma degl’impeti suoi ti giova. Mai 2053
Il furore non è schermo a sè stesso. 2054
Cesare.
Che di tante battaglie avrem domani 2055
Combattuta l’estrema, i nostri duci 2056
Sappiano: molti, che testè d’Antonio 2057
Empìan le file, or son fra i nostri, e presti 2058
A stargli a fronte. Fa che questo avvegna, 2059
E festeggiar lascia le schiere: abbiamo 2060
Di viveri gran copia; a tale sciupo 2061
Dritto acquîstar. – Povero Antonio! 2062
( (Partono.) )

SCENA II.

( Alessandria. – Stanza nel palagio. )
( Entrano ANTONIO, CLEOPATRA, ENOBARBO, CARMIONE, IRA, ALESSI e altri. )
Antonio.
Dunque,
O Domizio, la sfida ei non accetta? 2063
Enobarbo.
No. 2064
Antonio.
Perchè mai?
Enobarbo.
Di te più fortunato
Venti volte, arrischiar venti contr’uno 2065
Egli estima. 2066
Antonio.
Assalirlo in terra e in mare,
Domani io vo’, soldato: o alla battaglia 2067
Io sopravvivo, o nel sangue sommersa 2068
La mia gloria morente a nova vita 2069
Ritornerà. – Combatter vuoi? 2070
Enobarbo.
Ferire,
Gridar: Senza mercè! 2071
Antonio.
Ben dici. Andiamo
I servi chiama di mia casa. 2072
( Entrano i SERVI. )
Antonio.
(Ai Servi.) In questa
Notte, d’imbandigioni la mia mensa 2073
Ribocchi. – La tua man dammi – fedele 2074
Ognor fosti – e la tua. – Tu pur, tu pure: 2075
A me faceste buon servigio sempre; 2076
E re v’eran compagni. 2077
Cleopatra.
Che dir vuole?
Enobarbo.
Motto bizzarro è questo, che dall’alma 2078
Scocca il dolor. 2079
Antonio.
Fido del par tu sei
Oh spartir mi potessi in altrettanti 2080
Quanti voi siete, e in un Antonio solo 2081
Voi tutti unir, per rendervi quel fido 2082
Servigio che a me deste! 2083
I Servi.
Il ciel lo tolga!
Antonio.
Or bene, m’assistete in questa notte, 2084
Nè siate, o amici, di mie coppe scarsi: 2085
Usate meco, come allor che tutto 2086
L’impero mio v’era compagno, e pronto 2087
Obbediva al mio cenno. 2088
Cleopatra.
E che presume?
Enobarbo.
Gli amici suoi far piangere. 2089
Antonio.
La vostra
Opra mi date in questa notte; forse 2090
L’ultima ell’è del servir vostro; forse 2091
Più non mi rivedrete, o sol vedrete 2092
Il mio fantasma mutilato, e servi 2093
Doman sarete d’un signor novello. 2094
Io vi riguardo, come quei che dona 2095
L’ultimo vale. O miei fidi, licenza 2096
Non vi do: signor vostro, io feci mio 2097
L’util vostro servigio, e fino a morte 2098
Lo terrò: questa notte, sol per due 2099
Ore, siate con me: di più non chiedo 2100
E i Numi a voi ne dian mercè. 2101
Enobarbo.
Signore,
Che fai? Perchè così nello sconforto 2102
Li getti? – Vedi, ei piangono; a me pure, 2103
Scemo ch’io sono, goccian gli occhi: è un’ontà; 2104
Non ci mutare in femmine! 2105
Antonio.
Via, via!
Ch’io sia dannato, se così pensai. 2106
Germini il gaudio là, dove cadute 2107
Queste lagrime son. Diletti amici, 2108
Un troppo tristo senso a mie parole 2109
Voi date: io volli confortarvi; solo 2110
D’incender con le faci io vi chiedea 2111
La buia notte! O del mio cor diletti, 2112
Nella domane ha buona speme: in campo 2113
Vi guido ancor, perchè vittoria e vita, 2114
Non morte e fama aspetto. Ora, alla cena; 2115
Ne’ calici s’affoghi ogni consiglio. 2116
( (Partono.) )

SCENA III.

( Alessandria. – Dinanzi al palagio. )
( Entrano due SOLDATI, messi a guardia. )
1º Soldato.
Buona notte, fratel: domani è il giorno... 2117
2º Soldato.
Che di noi si decide. – Non udisti 2118
Strane novelle per le vie? 2119
1º Soldato.
Nessuna.
Che v’ha? 2120
2º Soldato.
Forse, non è più che un susurro...
Vale. 2121
1º Soldato.
Vale.
( Entrano due altri SOLDATI. )
2º Soldato.
Soldati a scolta.
3º Soldato.
A scolta
Voi pure. Addio. 2122
( (I primi due Soldati si pongono a guardia, a’ loro posti.) )
4º Soldato.
Noi, qui.
( (Gli altri si pongono a guardia sul davanti.) )
Se mai, domani,
Resiste il navil nostro, ho buona speme 2123
Che terran ferme anch’esse le milizie 2124
Di terra. 2125
3º Soldato.
Son valenti, e risolute.
( (Suoni flebili sotto la scena.) )
4º Soldato.
Silenzio. Qual mai suono? 2126
1º Soldato.
Ascolta.
2º Soldato.
Ascolta.
1º Soldato.
Nell’aria un’armonia. 2127
3º Soldato.
Vien di sotterra.
4º Soldato.
Fausto presagio, non è ver? 2128
3º Soldato.
No.
1º Soldato.
Zitti.
Che mai vuol dir? 2129
2º Soldato.
D’Ercole il nume, a cui
Tanto amor serbò Antonio, or l’abbandona. 2130
1º Soldato.
Procediamo, a veder se all’ altre scolte 2131
Il romor giunse. 2132
( (Avanzandosi verso le altre guardie.) )
2º Soldato.
Or ben, compagni?
Diversi soldati.
(Insieme.) Udiste?
1º Soldato.
Sì, non è strano? 2133
3º Soldato.
Udite, amici? Udite?
1º Soldato.
Questo suono dobbiam fin presso al campo 2134
Seguir?... Vedrem, se cessa. 2135
I Soldati.
Andiamo, è strano.
( (Partono.) )

SCENA IV.

( Alessandria. – Una stanza nel palagio. )
( Entrano ANTONIO e CLEOPATRA, CARMIONE e altri li seguono. )
Antonio.
Ero, a me l’armi, Ero! 2136
Cleopatra.
Deh! Vogli alquanto
Dormir. 2137
Antonio.
No, mia vezzosa! – Ero t’affreta:
Ero, a me l’armatura. 2138
( Entra ERO, con le armi. )
Antonio.
Amico, vieni,
E di ferro mi vesti. – Se fortuna 2139
Non ci sorride, in questo dì, gli è solo 2140
Perchè noi la sfidiam. – Su dunque. 2141
( (Ero si fa ad armarlo.) )
Cleopatra.
Anch’io
T’ajuterò. – Questo ove il poni? 2142
Antonio.
Oh lascia,
Lascia! – Armare il mio cor, quest’è tua vece. 2143
Tu falli, falli: qui, qui. 2144
Cleopatra.
Attendi: io posso
Darti mano. Così, così. 2145
Antonio.
Va bene.
Non mancherà il successo. – Or, vanne, amico: 2146
L’armi indossa tu ancor. 2147
Ero.
Sì, tosto.
Cleopatra.
Forse
Non è bene affibbiata? 2148
Antonio.
In modo egregio.
Chi scioglierà questi fermagli, pria 2149
Che noi per riposar sfibbiamo l’armi, 2150
Una tempestà dovrà udir. – Tu fai, 2151
Ero, a tenton: la mia regina è, in vero, 2152
Scudier più destro assai. Ti sbriga. – O mio 2153
Amor, potessi tu mirarmi in mezzo 2154
Alla mischia, in tal dì, presente sempre 2155
All’opre mie regali! Oh sì! vedresti 2156
Qual artefice io sia. 2157
( Entra un UFFIZIALE armato. )
Antonio.
Salve; ben giungi.
Tu vieni, come quei che un fier messaggio 2158
Reca di guerra: per l’opra, a noi cara, 2159
Sôrti siamo con l’alba, ed a compirla 2160
Festosi andiam. 2161
1º Uffiziale.
Mille guerrieri in armi
Stanno, o signor, benchè sia presta l’ora; 2162
E, rinchiusi nell’armi, appo le porte 2163
Ti aspettan. 2164
( (Acclamazioni e suono di trombe.) )
( Entrano altri UFFIZIALI e SOLDATI. )
2º Uffiziale.
Bello il mattin sorge. Salve,
O duce. 2165
Tutti.
O duce, salve!
Antonio.
Il dì, compagni,
Ben s’apre, innanzi l’ora, come spirto 2166
Di buon garzon, che fama alta promette. – 2167
Così, così; presto – in tal foggia – bene. 2168
Vale, o donna; e di me sia pur che puote. 2169
( (A Cleopatra, baciandola) )
È il bacio d’un guerrier; ma d’alto biasmo, 2170
D’aspre rampogne sarei degno, s’io 2171
Di studïate dipartenze indugio 2172
Facessi qui: com’uom tutto di ferro, 2173
Io ti lascio. – Chi vuol pugnar di voi, 2174
Mi segua: all’opra vi son guida. Addio. 2175
( (Partono Antonio, Ero, Uffiziali e Soldati.) )
Carmione.
Ritrarti alle tue stanze or vuoi? 2176
Cleopatra.
Mi guida.
Da valoroso ei parte. – Oh almen decisa 2177
Fra lui si fosse e Cesare, in battaglia 2178
Singolar, la gran lite! – Antonio allora... 2179
Ma ormai... N’andiamo. 2180
( (Partono.) )

SCENA V.

( Il Campo d’Antonio, presso Alessandria. )
( – Squilli di trombe. – )
( Entrano ANTONIO ed ERO: un soldato va loro incontro. )
Il Soldato.
Fausto giorno i Numi
Concedano ad Antonio. 2181
Antonio.
Oh almen tu pria
M’avessi spinto a dar battaglia a terra, 2182
Con le tue cicatrici! 2183
Il Soldato.
Se quest’era,
I re, che or son ribelli, ed il soldato 2184
Che in questa mane ti lasciò, trarrestri 2185
Dietro a’ tuoi passi ancor. 2186
Antonio.
Chi m’ha diserto
Questa mane? – 2187
Il Soldato.
Chi? Alcun, che presso sempre
Ti fu: Enobarbo appella; ei più non t’ode, 2188
O dal campo di Cesare risponde: 2189
Non son de’ tuoi. 2190
Antonio.
Che dici?
Il Soldato.
Egli, o signore,
È con Cesare. 2191
Ero.
Pur, qui stanno ancora
I suoi tesori, e quanto è suo. 2192
Antonio.
Partito?
Il Soldato.
È certo. 2193
Antonio.
Vanne tosto, e i suoi tesori,
Ero, gli rendi; nè del suo pur serba 2194
Un obolo, io lo vieto: ed una nota 2195
Con un vale cortese a lui tu scrivi, 2196
Ed io soscriverò; digli che augurio 2197
Io fo, ch’altra cagion non vegna mai 2198
Perch’ei muti signore. – Onesti molti 2199
Ohimè! corruppe la fortuna mia. 2200
Ero, t’affretta. 2201
( (Partono.) )

SCENA VI.

( Il Campo di Cesare, dinanzi Alessandria. )
( – Suono di trombe. – )
( Entra CESARE, seguito da AGRIPPA, da ENOBARBO e da altri. )
Cesare.
Agrippa, va: cominci
La pugna. – Annunzia il mio voler, che Antonio 2202
Sia preso vivo. 2203
Agrippa.
T’obbedisco.
( (Agrippa parte.) )
Cesare.
Un tempo
Di pace universal già s’avvicina: 2204
Se fausto è il dì, sull’orbe tripartito 2205
Con larga fronda spunterà l’ulivo. 2206
( Entra un MESSO. )
Il Messo.
Antonio in campo scende. 2207
Cesare.
Vanne, e reca
Ad Agrippa l’incarco che dispieghi 2208
D’Antonio a fronte i disertori, ond’egli 2209
Sovra sè stesso il suo furor disfoghi. 2210
( (Cesare parte col seguito.) )
Enobarbo.
Ribelle è Alessi che, in Giudea mandato 2211
Per sostegno d’Antonio, il grande Erode 2212
A disposar di Cesare la parte 2213
Süase, abbandonando il signor suo: 2214
E Cesare strozzar, per la sua pena, 2215
Indi lo fece. E se Canidio e gli altri 2216
Che l’han seguito ottenner gradi e uffici, 2217
Non ebber fè onorata. – Ah! ch’io mal feci, 2218
E ne reco a me stesso accusa amara, 2219
Nè gioja avrò mai più. 2220
( Entra un SOLDATO di Cesare. )
Il Soldato.
Tutti, o Enobarbo,
Ti rende Antonio i tuoi tesori, e copia 2221
Di sua larghezza aggiugne. Il messo venne, 2222
Sotto la scorta mia: nella tua tenda 2223
Depone intanto delle mule il carco. 2224
Enobarbo.
A te il cedo. 2225
Il Soldato.
Di me non farti gioco.
Enobarbo. A te il ver dissi, e ti giova 2226
Fuor del campo scortar quell’inviato: 2227
Se alla mia vece tornar non dovessi, 2228
Io l’avrei fatto. Il vostro imperadore, 2229
Invero, è un Giove. 2230
( (Il Soldato parte.) )
Enobarbo.
Io solo, io della terra
Sono il più scellerato, e primo il sento. 2231
Qual dell’opra fedel m’avresti dato 2232
Miglior mercede, o Antonio, d’alta grazia. 2233
Largitor, che coroni di quest’oro 2234
Il vitupèro mio? Sento che il core 2235
Mi si gonfia: a spezzarlo, se il rimorso 2236
Non val, varrà più vïolento colpo. 2237
No, basterà il rimorso, il sento... Ch’io 2238
Contro a te pugni? Ah no! Cerco una fossa, 2239
Ove morir: per questo vile avanzo 2240
Di vita, la miglior fia la più immonda. 2241
( (Parte.) )

SCENA VII.

( Campo di battaglia, fra i due eserciti. )
( – Strepito di guerra. Timpani e trombe. – )
( Entrano AGRIPPA e altri. )
Agrippa.
Tropp’oltre spinti, di ritrarci è forza. 2242
Cesare anch’esso si travaglia; è grande, 2243
Ben più che non s’attese, era il contrasto. 2244
( (Partono.) )
( – Strepito di guerra. – )
( Entrano ANTONIO e SCARO: questi ferito. )
Scaro.
O imperador, questo è pugnar da forti. 2245
Se tali eran da pria le prove nostre, 2246
Rincacciati li avremmo a lor quartieri, 2247
Ravvolti il capo di cenci. 2248
Antonio.
Il tuo sangue
Scorre in copia. 2249
Scaro.
La mia ferita avea
Forma d’un T, or l’ha d’un H. 2250
Antonio.
Indietro
Ei vanno. 2251
Scaro.
Caccieremli entro le tane:
Qui, per sei squarci ancor v’è spazio. 2252
( Entra ERO. )
Ero.
In fuga,
Signor, son essi: una vittoria vale 2253
Per noi questo successo. 2254
Scaro.
A lor le terga
Cincischiam, gl’incalziamo al par di lepri: 2255
È gran diletto mazzerar chi fugge. 2256
Antonio.
Per l’animo giocondo avrai mercede, 2257
E a più doppi l’avrai pel tuo valore. 2258
Or meco vieni. 2259
Scaro.
A pie’ zoppo io ti seguo.
( (Partono.) )

SCENA VIII.

( Sotto le mura d’Alessandria. )
( – Strepito d’armi. – )
( Entrano ANTONIO: SCARO e l’esercito lo seguono. )
Antonio.
Incalzato l’abbiam fin dentro al campo: 2260
Gli ospiti nostri ad annunziar correte 2261
Alla regina. E le domane, pria 2262
Che il sol ci veda, verserem quel sangue 2263
Ch’oggi da noi sfuggì. Tutti ringrazio: 2264
Nerbo di braccio avete tutti; e in questo 2265
Giorno, non già qual di mia causa servi, 2266
Ma qual se fosse di ciascun la causa, 2267
Da forti combatteste, e siete tutti 2268
Pari ad Ettorre. Nelle mura entrate, 2269
Delle donne all’amplesso e degli amici; 2270
Narrate lor le vostre geste; intanto 2271
Ei laveran delle ferite i grumi 2272
Col pianto della gioja, e l’onorate 2273
Piaghe vi bacieranno. – La man dammi, 2274
O Scaro. 2275
( Entra CLEOPATRA, col suo seguito. )
Antonio.
Vo’annuziar le tue grandi opre
Alla maga possente che a noi viene. 2276
E dalla sua mercè sii benedetto – 2277
(A Cleopatra.) Luce del mondo, il tuo braccio incateni 2278
Questo mio collo dell’acciar vestito: 2279
Ti slancia a me, senza curar l’usbergo, 2280
E cadi sul mio cor, che ti sollevi 2281
In questa ebbrezza del trionfo. 2282
Cleopatra.
O grande
Eroe sovrano degli eroi, fuggito 2283
Dai laci della terra, a noi ritorni 2284
Col riso nell’aspetto? 2285
Antonio.
Sì, mio dolce
Usignuol, noi li abbiam fino a’ lor corvi 2286
Incalzati. 2287
( (Abbracciandola.) )
O fanciulla, benchè un poco
Sia misto il grigio sl brun, questa mia chioma 2288
Nunzia un cerèbro che i nervi m’afforza, 2289
Sì che gl’imberbi io domi. – 2290
( (Additando Scaro.) )
Quest’uom guarda:
Tua grazïosa mano a’ labbri suoi 2291
Concedi: E tu, la bacia, o mio guerriero! – 2292
Oggi ei pugnò, qual se un Iddio, nemico 2293
Degli umani, la sua forma vestisse 2294
A sterminar. 2295
Cleopatra.
D’un’ armatura d’oro,
Che fu d’un re, tu avrai compenso, o amico 2296
Antonio.
L’ornassero i carbonchi, come il sacro 2297
Carro di Febo, ei n’è degno. – La destra 2298
Porgimi, e d’Alessandria per le vie 2299
In trionfo passiam, recando i nostri 2300
Scudi, sfregiati al par di chi gl’imbraccia. 2301
Se capace abbastanza il maggior nostro 2302
Palagio fosse ad albergar le schiere, 2303
Tutti insieme sedendo ad un convito, 2304
Faremmo augurio al dì venturo, nunzio 2305
Di regali perigli. – Alto le trombe 2306
Squillando, assordin la cittade intera, 2307
E vi risponda il fragor de’ timballi: 2308
Il grande applauso empia la terra e il cielo. 2309
( (Partono.) )

SCENA IX.

( Il campo di Cesare. )
( È notte. Scolte, a distanza. Entra ENOBARBO. )
1º Soldato.
Se scambio non ci dan, passata un’ora, 2310
Torneremo al presidio. Come splende 2311
Questa notte! E’ si dice che nel campo 2312
Uscir dovrem di nuovo, alla seconda 2313
Vigilia del mattino. 2314
2º Soldato.
Aspra per noi
Fu la giornata. 2315
Enobarbo.
A me sii testimone,
O, notte! 2316
3º Soldato.
Chi è costui?
2º Soldato.
Taci, accostiamci.
Enobarbo.
E tu sii testimone, o santa luna, 2317
Quando i venturi gitteran sul nome 2318
Dei traditor l’infamia, che dinanzi 2319
Al raggio tuo, l’infelice Enobarbo 2320
Pentissi. 2321
1º Soldato.
Egli? Enobarbo?
3º Soldato.
Udiam: silenzio.
Enobarbo.
D’alta malinconia regina e diva, 2322
Odimi tu! Le avvelenate stille 2323
Notturne spremi sul mio capo, e questa 2324
Ribelle al mio voler vita odïosa 2325
Più non m’allacci: questo core all’aspro 2326
Macigno dell’error che mi travolse 2327
Tu frangi, e fatto per dolore in polve, 2328
Tutti i cupi pensieri abbian con esso 2329
Fine per sempre. A me perdona, o Antonio, 2330
Tu grande e buono, più che infame io sia! 2331
Perdona tu! Poi scriva pure il mondo 2332
Tra i felloni e i codardi il nome mio. 2333
Oh Antonio, Antonio!... 2334
( (Muore.) )
2º Soldato.
A lui parliam.
1º Soldato.
No, pria
Stiamo in orecchi: dir cose ei potrebbe 2335
A Cesare importanti. 2336
3º Soldato.
Sì... ma ei dorme.
1º Soldato.
Svenuto forse?... chè preghiera mai 2337
Non fe’ sì trista uom che s’addorme. 2338
2º Soldato.
Or via,
Appressiamci. 2339
3º Soldato.
Ti desta! su, ti desta!
E rispondi. 2340
2º Soldato.
Odi tu?
1º Soldato.
La man di Morte
Lo prese. – Ascolta, il tuo suon de’ timballi 2341
( (Suoni di guerra da lontano.) )
Solenne or chiama le dormenti schiere. 2342
Al presidio il rechiamo: egli è, per certo, 2343
Un uom di vaglia. – La custodia nostra 2344
Finì. 2345
3º Soldato.
N’andiamo; ei rinvenir può forse.
( (Partono, trasportando via il cadavere.) )

SCENA X.

( Spazio fra i due accampamenti. )
( Entrano ANTONIO e SCARO; li seguono milizie in marcia. )
Antonio.
Per un certame in mar fanno apparecchio: 2346
Non hanno grado di scontrarci in terra. 2347
Scaro.
E in terra e in mar si pugnerà. 2348
Antonio.
Deh fosse!
E nell’aere e nel foco, ov’io del paro 2349
Assaltar li vorrei. Ma bada: accolti 2350
Su quell’altura alla cittade attigua 2351
I pedoni con noi restarsi denno: 2352
Al navile il comando è dato, e omai 2353
Si staccò dalla piaggia. Orsù, moviamo 2354
Al punto, ove scovrir meglio si possa 2355
Gli ordini della pugna, e gli andamenti. 2356
( (Partono.) )
( Entra CESARE con le sue schiere in marcia. )
Cesare.
Fermi teniamo in terra, se assaliti 2357
Non siam; nè lo sarem, cred’io, servendo 2358
Le migliori sue forze alle galee. 2359
Scendiamo a valle, ov’è il terren più adatto. 2360
( (Partono.) )
( Ritornano ANTONIO e SCARO. )
Antonio.
Non vennero all’attacco. – Ed io, dall’alto, 2361
Ove sorge quel pino, il campo tutto 2362
Scoprirò: tosto a dir qui torno come 2363
Volgan le sorti. 2364
( (Parte.) )
Scaro.
Le rondini han posto
Di Clëopatra entro le vele i nidi: 2365
Van gli aùguri iterando che non sanno 2366
Dire, nè ponno: han tetro aspetto, ed osi 2367
Non son di fare aperti i lor pensieri. 2368
Prode è Antonio, e smarrito: lo sospinge 2369
Dalla speme al terror la combattuta 2370
Sorte, per quanto egli ha, per quanto perde. 2371
( (Romore lontano di una battaglia navale.) )
( Ritorna ANTONIO. )
Antonio.
Tutto è perduto! Quella turpe Egizia 2372
Mi tradì! Le mie navi all’inimico 2373
S’arrendeano. – Là, vedete! In alto scagliano 2374
I berretti, e tra lor siccome amici 2375
Per gran tempo divisi e’ van cioncando. – 2376
Tre volte prostituta! A quell’imberbe 2377
Tu mi vendesti, tu! Cosí, il mio core 2378
A te sola or fa guerra. – 2379
( (A Scaro.) )
A tutti imponi
Che fuggano. – Quand’io di questa maga 2380
Vendicato sarò, tutto è finito!... 2381
Fuggan pur! Vanne. 2382
( (Scaro parte.) )
O sole, il sorger tuo
Io non vedrò mai più. Qui van divisi 2383
La Fortuna ed Antonio, qui la mano 2384
Noi ci serriam l’ultima volta. – Or dunque 2385
A tal si venne? – I cor’ che il mio calcagno 2386
Lambìan strisciando, e ch’io colmai di doni, 2387
Si distemprano, e versan sul fiorente 2388
Cesare i lor profumi: ignudo e brullo 2389
Il cedro sta, che tutti li coverse. 2390
Tradito io sono!... O falsa alma d’Egitto, 2391
Malïarda fatal, che me alla pugna 2392
Scagliar sapevi, o alla magion ritrarmi 2393
Col mover del tuo ciglio, onde il supremo 2394
Mio fine, ed il mio serto un dì cercai 2395
Nel seno tuo! Verace lamia, al centro 2396
Di questo abisso tu, con l’arti inique, 2397
Mi gittasti. – Ero, olà! 2398
( Entra CLEOPATRA )
Antonio.
Tu, fattucchiera?...
Lasciami, va! 2399
Cleopatra.
Deh, qual mia furia accese
Il mio signor contro l’amata sua? 2400
Antonio.
Sparisci, o ch’io ti renderò il tuo merto, 2401
Di Cesare al trionfo onta recando. 2402
Ch’ei ti meni captiva, e della plebe 2403
T’offra a’ clamori! Va, segui il suo carro, 2404
E del tuo sesso il maggior vitupero 2405
Sia questo! Egli, per vile obolo, t’offra 2406
Qual portentoso mostro agli ozïosi, 2407
E aguzzi l’ugne a lacerarti il viso 2408
La pazïente Ottavia. – 2409
( (Cleopatra parte.) )
Che lontano
Tu fugga, è ben, se pure è un ben la vita! 2410
Pur meglio era per te del mio furore 2411
Vittima qui restar, chè te salvata 2412
Da mille morti avria solo una morte. 2413
Ero! di Nesso la tunica io sento 2414
Sopra di me. – Spira, o grand’avo Alcide, 2415
Nelle mie vene il tuo furor! Ch’io possa 2416
Lica scagliar nella cornuta luna; 2417
Indi, con questa man che sì gran clava 2418
Brandì, me stesso anco distrugga! – Oh deve 2419
Quella maga morir!... Per lei venduto 2420
Al giovincel di Roma, io per sua fraude 2421
Muojo. Essa ancor, dunque, morrà. – Vieni, Ero. 2422
( (Parte.) )

SCENA XI.

( Alessandria. – Sala nel palazzo di Cleopatra. )
( Entrano CLEOPATRA, CARMIONE, IRA e MARDIANO. )
Cleopatra.
Soccoretemi, ancelle... Oh! più d’Ajace 2423
Per lo scudo d’Achille, ei vien furente: 2424
Nè il Tessalo cinghial spumò di rabbia 2425
Più di lui. 2426
Carmione.
Ti rifuggi al Mausoleo:
Là ti rinserra, e l’annuncio gl’invia 2427
Che sei morta. Il cader della grandezza 2428
Non è strazio minor di quel dell’alma 2429
Che dal corpo si parte. 2430
Cleopatra.
Al Mausoleo!
Va, Mardiano: gli reca che trafitta 2431
Io mi son; digli che la mia suprema 2432
Parola Antonio fu! Che il tuo racconto 2433
Lo impietosisca. Corri, e a dirmi torna 2434
Come l’annuncio di mia morte il tocchi. – 2435
Al monumento! 2436
( (Partono.) )

SCENA XII.

( Alessandria. – Un’altra stanza. )
( Entrano ANTONIO ed ERO. )
Antonio.
Ero, mi vedi ancora?
Ero.
Sì, mio signor. 2437
Antonio.
Talvolta, per lo cielo
Nube veggiamo che un dragon somiglia; 2438
Vapor, che ha d’orso, o di lïone aspetto, 2439
Mura turrite, o pendente scogliera, 2440
Un irto monte, un promontorio azzurro, 2441
D’arbori rivestito – che alla terra 2442
Fan cenno, e a’ nostri sguardi aereo inganno! 2443
Questi segni hai veduti, che del tetro 2444
Vespero son corteggio. 2445
Ero.
È ver, signore.
Antonio.
Quel ch’è un destriero, tu vi pensi appena, 2446
Lo sface il nembo; e, com’onda nell’onda, 2447
Più nol distingui. 2448
Ero.
Sì, tal è.
Antonio.
Buon Ero,
È tale duce tuo! tal’è mia forma. 2449
Qui, sono Antonio; ma cotesta mia 2450
Visibil forma, Ero, serbar non posso. 2451
Combattei per l’Egitto; e la regina – 2452
Quella ond’io posseder credeva il core, 2453
Com’essa il mio! sì, questo cor che a mille 2454
A mille conquistati altri ne avria, 2455
Ora ahi! perduti – la regina, o fido 2456
Ero, gittò per Cesare le sorti, 2457
E truffò col trïonfo d’un nemico 2458
La gloria mia. – Non piangere, o mio dolce 2459
Ero! Noi stessi per finir noi stessi, 2460
Ecco quel che ci resta. 2461
( Entra MARDIANO. )
Antonio.
Oh l’infamata
Regina tua, che mi rapì il mio ferro! 2462
Mardiano.
No, Antonio! Te la mia regina amava, 2463
E congiunta ha la sua con la tua sorte. 2464
Antonio.
Via, sozzo eunuco! Colei m’ha tradito, 2465
E di morte morrà. 2466
Mardiano.
Debito è morte,
Che una volta e non più sconta: ed ella 2467
Tal debito pagò. Ciò che tu stesso 2468
Volevi, è fatto: l’ultima sua voce 2469
Antonio fu, nobile Antonio! E questo 2470
Nome, ch’era tra il cor diviso e il labbro, 2471
Uno schianto le ruppe allor nel petto; 2472
L’anima rese, e il nome tuo sepolto 2473
In lei restò. 2474
Antonio.
Morta, dunque?
Mardiano.
Sì, morta.
Antonio.
Ero, toglimi l’armi: il lungo giorno 2475
Finì! dormir dobbiamo. – 2476
( (A Mardiano.) )
Esci pur salvo:
È buon compenso di tua pena. Vanne. 2477
( (Mardiano parte.) )
(Ad Ero, che lo disarma.) Via, strappa via! 2478
No, reprimer del mio
Core il pulsar nemmen potrìa d’Ajace 2479
Il settemplice scudo... Ti disloca, 2480
O fianco mio! Sii tu più forte, o core, 2481
Della compage che ti serra, e spezza 2482
Il tuo fragil viluppo! – Presto, oh presto, 2483
Ero... Un soldato io più non sono. – Via, 2484
Ferrei frantumi, itene! in degna guisa 2485
Io vi portai. – Lasciami. 2486
( (Ero parte.) )
Io vo’, Cleopatra,
Venirti appresso, vo’ plorar mercede. 2487
È forza! Ogni altro indugio èmmi tortura: 2488
Poi che spenta è la face, ci corchiamo, 2489
Nè più a dilungo andiam. Tutta fatica 2490
Or guasta l’opra sua: la forza istessa 2491
Nella forza s’impiglia: orsù, il suggello 2492
Poniam: tutto è finito. – Ero! – A te vengo 2493
O mia regina! – Ero! – Oh m’attendi! dove 2494
Si posano gli spirti in grembo ai fiori, 2495
N’andremo insiem, giunte le mani, e l’ombre 2496
Abbagliando di nostra alma parvenza: 2497
Schiera non avran più Dido ed Enea, 2498
E trarrem dietro a noi tutte le larve. – 2499
Ero, Ero! 2500
( Ritorna ERO. )
Ero.
Signor mio.
Antonio.
Dopo che morta
È Cleopatra, tal vivo inonorato, 2501
Che in odio ai Numi son, per mia viltade. 2502
Io che il mondo spartii col ferro, e tante 2503
Sul verde tergo di Nettuno alzai 2504
Città co’ miei navigli, ora m’accuso, 2505
Chè d’una donna in me l’ardir non sento: 2506
Nè il grande spirto aver posso di lei, 2507
Che a Cesare dicea, col suo morire: 2508
Sol per me vinta io sono. – Ero, giurasti 2509
Che, al venir di quell’ora... ed é venuta... 2510
Che dietro a me l’inevitabil fato 2511
Dell’infamia sorgesse e dell’orrore, 2512
Ucciso tu m’avresti. – Or ben, m’uccidi: 2513
L’ora è questa. – Non me, Cesare in vece 2514
Tu percuoti. Richiama sul tuo viso 2515
Il colore vital. 2516
Ero.
Tolganlo i Numi! –
Io far ciò che le partiche saette 2517
Mai non potean finor, ben che nemiche? 2518
Antonio.
Ero, vorresti dunque, da una loggia, 2519
Nella gran Roma là, vedere il tuo 2520
Signor che passa con le avvinte braccia, 2521
Curvo il domato collo, inchino il viso 2522
Per profonda vergogna, mentre altero 2523
Del fortunato Cesare il rotante 2524
Carro precede, schernitor di quella 2525
Viltà che dietro a sè tragge captiva? 2526
Ero.
No, mirar nol vorrei. 2527
Antonio.
Dunque, t’appressa.
Che mi risani una ferita è forza: 2528
Snuda quel ferro onesto, che sì bene 2529
Per la tua terra usasti. 2530
Ero.
O signor mio,
Mercè! 2531
Antonio.
Allor ch’io ti diedi libertade,
Di’, non giuravi che fatto l’avresti, 2532
Quand’io te l’imporrei? Farlo tu devi, 2533
E tosto: o quanti a me servigi hai reso 2534
Altro non fûr che involontarii casi. – 2535
Il ferro snuda, e vieni. 2536
Ero.
Oh! da me volgi
Quella fronte, su cui par che respiri 2537
La maestà del mondo. 2538
Antonio.
Ecco!
( (Volgendo la faccia.) )
Ero.
Il mio ferro
È sguainato. 2539
Antonio.
Non più: quell’atto or compi
Per che il traesti. 2540
Ero.
Signor mio diletto,
Mio duce e imperator! Lasciami, pria 2541
Che discenda il fatal colpo sanguigno, 2542
Lasciami dirti addio! 2543
Antonio.
Già è detto, amico:
Addio!... 2544
Ero.
Sì, addio, gran duce. – E ferir devo?
Antonio.
Sì, adesso. 2545
Ero.
Or, vedi.
( (Cade sulla propria spada.) )
In tal guisa, al dolore
Di dar morte ad Antonio io fuggo. 2546
Antonio.
O amico!
O di me ben più grande, che m’apprendi 2547
Quel ch’io far deggio, e a me far non potesti, 2548
O nobil Ero! – Con eroico esempio 2549
M’han desta del valor la ricordanza. 2550
La mia regina ed Ero. – Un fidanzato 2551
Esser vo’ nel morir; correrò a morte, 2552
Qual dell’amata al letto. – Ero, tu vedi: 2553
Discepolo a te muore il signor tuo. 2554
Questo m’apprendi tu. 2555
( (Gittandosi sulla sua spada.) )
Nè posso ancora
Morir? Nè muojo?... Oh soldati! Alcun venga 2556
Che mi finisca. 2557
( Entra DERCETA e alcune GUARDIE. )
1º Soldato.
Qual romor?
Antonio.
Mal feci.
Io cominciai; finite, o amici, l’opra. 2558
2º Soldato.
L’astro cadde. 2559
1º Soldato.
E il suo giro or compie il tempo.
Tutti.
Oh sciagura, oh dolor! 2560
Antonio.
Chi di più mi ama,
Mi dia morte. 2561
1º Soldato.
Non io.
2º Soldato.
Ned io.
3º Soldato.
Nè alcuno.
Derceta.
Fuggono la tua fine e le tue sorti 2562
I tuoio seguaci. – A Cesare recando, 2563
Con tal novella, questa spada, io m’apro 2564
Fino a lui buon cammino. 2565
( Entra DIOMEDE. )
Diomede.
Dov’è Antonio?
Derceta.
Là, Dïomede. 2566
Diomede.
Vivo? – Non rispondi?
( (Derceta parte.) )
Antonio.
Tu, Dïomede? – Oh! traggi il ferro, e dammi 2567
Tal colpo che mi spenga. 2568
Diomede.
O sommo duce,
Clëopatra m’invia, la mia regina. 2569
Antonio.
E quando t’invïò? 2570
Diomede.
Pur ora.
Antonio.
Ed essa,
Ov’è? 2571
Diomede.
Nel sepolcro chiusa. – Avea
Di quel che avvene una presaga tema; 2572
E te veggendo (con pensiero ingiusto) 2573
Sospettar ch’ella die’ patti segreti 2574
A Cesare, e che insano ti rendea 2575
Cotesto tuo furor, ti mandò annuncio 2576
Che morta ell’era. Ora, per me, temendo 2577
Del messaggio l’effetto, il ver ti scopre: 2578
E tremo sol, che troppo tardi io giunsi. 2579
Antonio.
Sì, troppo tardi, buon Diomede. – Appella 2580
Le mie guardie. 2581
Diomede.
Olà, guardie! olà vi chiama
Il vostro imperator. 2582
( Entrano alcune GUARDIE. )
Antonio.
Dove s’è ascosa
Clëopatra, recatemi, o miei fidi: 2583
Questo io chieggo da voi servigio estremo. 2584
1º Guardia.
Quale angoscia, che a tutti i tuoi seguaci 2585
Non sorvivi, oh signor! 2586
Tutti.
Giorno nefasto!
Antonio.
Del dolor vostro non s’allieti, o miei 2587
Compagni, il fato iniquo: a noi venga 2588
Il punitor nemico, e sia punito 2589
Dall’incuranza nostra. – Oh, mi reggete! 2590
Vi guidai spesso; or me portate voi 2591
Fedeli amici, e la mercè n’abbiate. 2592
( (Le guardie partono, trasportando Antonio.) )

SCENA XIII.

( Alessandria. – Dinanzi al Mausoleo. )
( Entrano, a un piano superiore del monumento, CLEOPATRA, CARMIONE e IRA. )
Cleopatra.
Carmione, io qui starò per sempre. 2593
Carmione.
O mia
Signora, ti conforta. 2594
Cleopatra.
No, non voglio!
Tutti i più feri e più tremendi casi 2595
Accetto e invoco, ma il conforto io sprezzo. 2596
Perchè risponda a sua cagione, immenso 2597
Come questa esser deve il dolor mio. 2598
( Entra DIOMEDE. )
Cleopatra.
Che rechi?... morto egli è? 2599
Diomede.
Morte lo preme,
Ma non è spento. Dall’ opposto fianco 2600
Del mausoleo riguarda: i suoi guerrieri 2601
Qui lo recano. 2602
( Entra ANTONIO, portato dalle sue guardie. )
Cleopatra.
O sole, ardi e consuma
La vasta orbita tua! buio ricopra 2603
Dell’universo la mutabil faccia! 2604
Oh Antonio, oh Antonio! – Carmïon, m’aita: 2605
Ira, tu ancor! Di là, voi tutti, o amici, 2606
Lo sorreggete, a me il recato in alto. 2607
Antonio.
Silenzio! – Non di Cesare il valore 2608
Travolse Antonio: egli sè stesso vinse. 2609
Cleopatra.
Esser questo dovea; domare Antonio 2610
Niun potè fuor che Antonio. – Pur, qual grande 2611
Sciagura fu! 2612
Antonio.
Vedi, o donna d’Egitto,
Morente io son, morente; e un sol da morte 2613
Istante impetro, ond’io di mille e mille 2614
Baci l’estremo sul tuo labbro posi. 2615
Cleopatra.
Non oso, o mio diletto, – deh perdona! 2616
Scender di qui non oso; ch’io sarei 2617
Fatta captiva. La superba pompa 2618
Del fortunato Cesare giammai 2619
Non s’ornerà di me. Se i ferri han punta, 2620
Se han dardo i serpi, opra i veleni, io sono 2621
Secura! Ottavia, la consorte tua, 2622
Dagli atti schivi e dal ritroso ciglio, 2623
Mai d’affisarsi in me non avrà il vanto. – 2624
Ma vieni, Antonio, oh vieni! – Ancelle, aita! 2625
Qui dobbiam ricovrarlo – oh m’assistete, 2626
Amici! 2627
( (Gittando dall’alto delle corde, a cui le guardie attacano Antonio.) )
Antonio.
Oh presto!... io vengo meno. –
Cleopatra.
(Traendo a sè le corde.) Un’ardua
Prova, inver! Quanto è grave! – Ohimè! già tutta 2628
La mia lena s’effuse in questo affanno 2629
Che mi preme. Foss’io potente al paro 2630
Di Giuno, te recato avria Mercurio 2631
Su le forti ale sue di Giove al fianco. 2632
Oh vieni!... Chi desìa, vaneggia spesso. 2633
Ancora un breve sforzo! Oh vieni, vieni. 2634
( (Antonio è levato in alto: essa lo abbraccia.) )
Ben venuto sei qui!... Qui muori, dove 2635
Hai vissuto. Oh ti rendano la vita 2636
I baci! Se potessi a te ridarla 2637
Con le mie labbra, strugger le vorrei 2638
Baciandoti. 2639
Tutti.
Oh fatal vista!
Antonio.
Morire
Io mi sento morir!... Di vino un sorso 2640
Mi date; e ch’io ti parli un poco. 2641
Cleopatra.
Ah taci!
Parlar me lascia: vo’ scagliar tali onte 2642
A Fortuna, la perfida noverca, 2643
Che dessa franga, per furor, la ruota. 2644
Antonio.
Una sola parola, o mia regina! 2645
L’onor tuo rendi in un salvo e la vita, 2646
Apo Cesare. Ahi!... 2647
Cleopatra.
L’un non va con l’altra.
Antonio.
M’odi, o gentil: fra quanti son devoti 2648
A Cesare, t’affida a Proculeio. 2649
Cleopatra.
Al mio braccio m’affido, all’alma mia, 2650
Non di Cesare a’ ligii. 2651
Antonio.
Il miserando
Mutamento del mio fine supremo 2652
Non lagrimar: consola i tuoi pensieri, 2653
Con lor tornando alle propizie sorti 2654
De’ primi dì, quando il più grande io fui 2655
Signor dell’universo. – Ed ora, io muojo, 2656
Ma non vil, non abbietto: il mio cimiero 2657
A un cittadin della mia patria rendo. 2658
Roman, me vince un forte eroe romano. 2659
L’alma mia fugge... Io manco. 2660
( (Muore.) )
Cleopatra.
Come, o grande,
Puoi morir? Nè di me cura più senti? 2661
Devo aver stanza in questo tetro mondo, 2662
Che, te partito, non è più che lezzo? – 2663
O mie fide, vedete! la corona 2664
Della terra è disfatta. – O signor mio! – 2665
Appassì il lauro della guerra, cadde 2666
Del soldato il vessillo; or vanno a paro 2667
D’uomini le fanciulle e i garzonetti: 2668
Altezza più non v’ha! Nulla di grande 2669
Sotto la luna! 2670
( (Sviene.) )
Carmione.
Oh calmati, regina!
Ira.
Ahi! la signora nostra anch’essa muore. 2671
Carmione.
O signora, signora! 2672
Ira.
Deh regina!...
Carmione.
O nostra alma signora... 2673
Ira.
O imperatrice
D’Egitto! 2674
Carmione.
Ira, deh taci!
Cleopatra.
Omai non sono
Più chuna femminetta, obbedïente 2675
Agli affetti del cor, pari all’ancella 2676
Che munge il latte, e l’opre vili adempie. 2677
Lo scettro mio scagliando a’Numi avversi, 2678
Gridar dovrei che simile all’Olimpo 2679
Era il mondo, pria ch’essi una tal gemma 2680
N’avessero divelta. – Or tutto è un nulla: 2681
È stoltezza il soffrir; giova a rabbioso 2682
Cane l’impazïenzia. È colpa adunque 2683
Nella fonda piombar casa di Morte, 2684
Pria ch’osi Morte a noi venir? – Che fate, 2685
O ancelle?... deh, vi torni il core! – Via, 2686
Buona Carmion! – Dilette mie, vedete: 2687
Manca alla nostra lampa l’alimento... 2688
Più non è! – 2689
( (Alle guardie che stanno al basso.) )
Ripigliate il cor, miei fidi.
Noi gli daremo tomba; il grande e forte 2690
Atto poi compirem, siccome vuole 2691
L’alto roman costume; e morte fia 2692
Di possederci altera. Andiam, scendiamo! 2693
Questo della sua vasta alma involucro 2694
Già è freddo. – Il nostro gran disegno, o donne, 2695
È il fin più pronto... amico altro non resta. 2696
( (Partono, recando con loro il corpo d’Antonio.) )

Atto V

SCENA I.

( Il campo di Cesare dinanzi ad Alessandria. )
( Entrano OTTAVIO CESARE, AGRIPPA, DOLABELLA, MECENATE, GALLO, PROCULEIO, e altri. )
Cesare.
Va Dolabella, e ch’ei s’arrenda imponi: 2697
Digli che, omai frustrato d’ogni cosa, 2698
L’indugiar suo c’irride. 2699
Dolabella.
T’obbedisco.
( (Dolabella parte.) )
( Entra DERCETA, recando la spada d’Antonio. )
Cesare.
Che dir vuol? Chi se’ tu che a noi dinanzi 2700
Osi apparir? 2701
Derceta.
Derceta è il nome mio,
E servii Marco Antonio, l’uom più degno 2702
Del più fido servigio. Fin ch’ei stette, 2703
Fin che parlò, fu signor mio; nè cara 2704
M’ebbi la vita, che per farne getto 2705
Contro i nemici suoi: dove a te piaccia 2706
Fra’ tuoi servi contarmi, e tu m’avrai 2707
Qual fui per esso. Se nol vuoi, mia vita 2708
È tua. 2709
Cesare.
Che vai dicendo?
Derceta.
Io dico a Cesare:
Morto è Antonio. 2710
Cesare.
Il cader di questo grande
Recar dovea crollo più grande; e, tutta 2711
Scompigliata la terra, per le urbane 2712
Strade balzar lïoni, e a le caverne 2713
I cittadini. – D’Antonio la morte 2714
Non è d’un solo il fato. Era in quel nome 2715
Metà del mondo. 2716
Derceta.
O Cesare, egli è morto:
Ma nol percosse il gladio della legge, 2717
Od un compro pugnal: sì, con la mano, 2718
Con quella stessa man che tanta gloria 2719
Nelle sue geste ha scritto, egli animoso, 2720
Come il cor gli spirava, il cor s’aperse. 2721
Il ferro è questo, ch’io dalla sua piaga 2722
Involai; mira, del più nobil sangue 2723
Ancor bagnato. 2724
Cesare.
Alla tristezza, o amici,
Cedete pur. Mi dannino i Celesti, 2725
Se non dee questo annunzio empir di pianto 2726
Le pupille dei re. 2727
Agrippa.
Così natura
Ci sforza a lamentar quel ch’era pria 2728
Il più atteso successo. 2729
Mecenate.
Il merto in lui
E il disonor pendeano in equa lance. 2730
Agrippa.
L’umana nave mai non resse spirto 2731
Più raro: ma voi, Numi, ne lasciate 2732
Qualche fralezza, che noi faccia accorti 2733
Ch’uomini siamo. – Cesare è commosso. 2734
Mecenate.
Quando innanzi gli sta specchio sì vasto, 2735
Convien ch’ei vi si miri. 2736
Cesare.
O Antonio! A tanto
Io ti condussi. Ma in noi son malori 2737
Che il ferro dee sanar. Ben era forza 2738
Fossi tu spettator di mia ruina, 2739
Ovver io della tua; loco non era 2740
All’uno e all’altro insiem nell’universo. 2741
Pur, ch’io, con quelle lagrime supreme 2742
Che sanguinan dal cor, pianga il tuo fato! 2743
Tu fratello, consorte in ogni impresa, 2744
Tu nell’impero a me collega, e amico 2745
In faccia alle battaglie, tu mio saldo 2746
Braccio, tu cor, donde nel mio s’accese 2747
Ogni grande pensier! Perchè le nostre 2748
Stelle dovean, tra lor così nemiche, 2749
Correre opposta via? – M’udite, amici. 2750
Ma di ciò noi diremo in miglior tempo... 2751
( Entra un MESSAGGIERO. )
Cesare.
Or di quest’uom l’aspetto alcun messaggio 2752
Ne arreca. – Diamgli orecchio. Onde ne vieni? 2753
Il Messo.
Povero egizio io son. La mia regina 2754
E signora, dall’ultimo confine 2755
Che a lei riman, la tomba sua, mi manda 2756
Esplorator de’ tuoi disegni; ond’ella 2757
S’apparecchi alla via ch’elegger deve. 2758
Cesare.
Dille che il cor rinfranchi: in breve, noto 2759
Per alcun nostro fido a lei faremo 2760
Qual le serbiamo degna e orrevol sorte: 2761
Poi che Cesare in petto ingenerosa 2762
Alma non ha. 2763
Il Messo.
Te faccian salvo i Numi.
( (Parte.) )
Cesare.
Odimi, Proculeio: t’affretta, e dille 2764
Che farle ingiuria non vogliam; conforto 2765
Le dona, come il suo patir richiede: 2766
Tal ch’essa non s’attenti, per disdegno, 2767
Con un colpo mortal tôrsi per sempre 2768
Di nostra mano. Se trarla vivente 2769
N’è dato in Roma, avrem trïonfo eterno. 2770
Vanne, e, più ratto che tu il puoi, ne reca 2771
Ciò ch’ella dice, e qual ne fai pensiero. 2772
Proculeio.
Cesare, t’obbedisco. 2773
( (Proculeio parte.) )
Cesare.
Il segui, o Gallo. –
Dolabella dov’è, che lo secondi? 2774
( (Gallo parte.) )
Agripa. e Mecenate.
Dolabella! 2775
Cesare.
No, no: sovvienmi a quale
Incarco lo mandai; quand’è mestieri, 2776
Verrà. Nella mia tenda mi seguite; 2777
Vo’ dirvi come astretto a questa guerra 2778
Co riluttanza io fui: quale pacato 2779
Spirto, quanta mitezza in ogni mio 2780
Scritto serbai; venite, e lo vedrete. 2781
( (Partono.) )

SCENA II.

( Alessandria. – L’interno del monumento. )
( Entrano CLEOPATRA, CARMIONE e IRA, sue ancelle. )
Cleopatra.
Lo sconsolato cor vita ripiglia. 2782
Esser Cesare, ahi sorte abbominata! 2783
Ei non è la Fortuna, ei n’è lo schiavo, 2784
Di sue voglie è il ministro. Invece, è cosa 2785
Alta e grande compir l’atto che chiude 2786
Ogni opra umana, l’atto che incatena 2787
Gli eventi, che insepolcra ogni vicendi, 2788
Che per sempre ne assonna, e dell’abbietto 2789
Fango ne fastidisce, ove del paro 2790
Cesare ed il mendico hanno la cuna. 2791
( Entrano PROCULEIO, GALLO e soldati, fermandosi alla porta del monumento. )
Proculeio.
D’Egitto alla regina invia salute 2792
Cesare; e le profferte, ch’essa brama 2793
Vedere accolte, a ripensar la invita. 2794
Cleopatra.
Qual’ è il tuo nome? 2795
( (Dall’interno.) )
Proculeio.
Proculeio.
Cleopatra.
Sovvienmi
Che Antonio mi dicea d’averti fede: 2796
Ma ch’altri mi tradisca, in ver, non curo; 2797
Chè l’altrui fè più non mi giova. Riedi 2798
Al signor tuo; se di veder gli aggrada 2799
Mendìca una regina, essa non meno 2800
D’un regno deve mendicar da lui, 2801
Per la propria grandezza. Questo digli; 2802
E se a lui piace il conquistato Egitto 2803
Darmi pel figlio mio, di tal suo dono, 2804
Parte de’ miei possessi, a lui prostrata 2805
Renderò grazie. 2806
Proculeio.
Ti conforta; in mano
Di gran prence caduta, aver non puoi 2807
Tema alcuna, ma libera t’affida 2808
Del mio signore al pieno arbitrio; è tanta 2809
La sua mercè, ch’egli n’è largo a ognuno 2810
Che a lui si volga. Assenti ch’io gli rechi 2811
La tua sommissïon: clemente e buono 2812
Vincitor troverai, che si fa mite 2813
A chi si prostra e mercè invoca. 2814
Cleopatra.
(Dall’interno.) Digli
Ch’io son mancipia a sua fortuna, e tutto 2815
A lui cedo il poter, ch’è suo conquisto. 2816
All’obbedir, d’ora in ora, m’avvezzo: 2817
Di vederne l’aspetto è in me desìo. 2818
Proculeio.
Gli annunzierò il tuo voto. Abbi conforto, 2819
Signora: io so, che della tua sventura 2820
Colui che n’è cagion pietà già sente. 2821
Gallo.
(A’soldati.) Ch’ella sia qui sorpresa è facil cosa. 2822
( (Proculeio, con altri due soldati, sale al Monumento, per messo d’una scala appogiatta alla loggia; e, penetrato appena, sorprende Cleopatra. I soldati levano le barre dall’ingresso.) )
Vegliate, fin che Cesare sorgiunga. 2823
( (Gallo parte.) )
Ira.
Oh regina! 2824
Carmione.
Cleopatra, o mia regina,
Captiva sei. 2825
Cleopatra.
Mia mano, al ferro!
( (Traendo un pugnale.) )
Proculeio.
Ah ferma,
Alta regina, ferma! A te medesma 2826
Non attentar così: non a tradirti, 2827
A farti salva io venni. 2828
Cleopatra.
Sì, da morte
Che sottragge al martiro anco un vil cane? 2829
Proculeio.
Non fare oltraggio, col finir te stessa, 2830
Del mio signore alla clemenza: il mondo 2831
La generosa applauda alma di lui; 2832
Nè la tua morte siagli inciampo. 2833
Cleopatra.
O morte,
Dove sei? Vieni a me, vieni, deh vieni! 2834
Molte mendichi e pargoli non vale 2835
Una regina? 2836
Proculeio.
Deh! ti calma.
Cleopatra.
M’odi:
Non gusterò più cibo nè bevanda; 2837
Se dir parole vane ancor m’è forza, 2838
Non dormirò, struggerò questa mia 2839
Veste mortal, di Cesare a dispetto. 2840
Lo sappi, innanzi al tuo signore e a’ suoi 2841
Non io comparirò, di ferri cinta; 2842
N’è l’ontà vo’ patir de’ guardi alteri 2843
Della stupida Ottavia. Estiman essi 2844
Di trascinarmi in mostra all’ululante 2845
Feccia di Roma insultatrice? Dolce 2846
E più cara a me fia la sepoltura 2847
Entro un’egizia fossa, oppur del Nilo 2848
Giacer nel loto ignuda, orribil preda 2849
Degl’insetti e de’ vermi, o di mia terra 2850
Le piramidi aver palco di morte, 2851
E starvi appesa alla catena mia! 2852
Proculeio.
Gli orror, che va creando il tuo pensiero, 2853
Mai non avran da Cesare cagione. 2854
( Entra DOLABELLA. )
Dolabella.
Quel che tu fêsti, o Proculeio, seppe 2855
Il signor tuo, che a sè ti appella. Io stesso 2856
Alla regina veglierò. 2857
Proculeio.
Tal sia,
Dolabella: io consento. A lei sii mite. – 2858
( (Poi a Cleopatra.) )
A Cesare dirò quel che tu brami, 2859
Se a lui tu m’accomandi. 2860
Cleopatra.
Questo digli,
Ch’io vo’ morir. 2861
( (Parte Proculeio co’ soldati.) )
Dolabella.
T’è noto il nome mio,
O imperatrice? 2862
Cleopatra.
Dir nol so.
Dolabella.
Per certo,
Mi conosci. 2863
Cleopatra.
A che giova que che udii,
Quel ch’io so? Se fanciullo o femminetta 2864
Ti narra i sogni suoi, tu ridi: forse 2865
Un tal vezzo non hai? 2866
Dolabella.
Non ti comprendo.
Cleopatra.
Che fu un imperador, nomato Antonio, 2867
Sognai: perchè quel sogno a me non torna, 2868
Ond’io rivegga il grande? 2869
Dolabella.
Se il consenti...
Cleopatra.
Splendida, come il ciel, la fronte avea, 2870
Donde il sole e la luna, in ampio giro, 2871
Vestian di luce il breve orbe terreno. 2872
Dolabella.
Sovrana creatura... 2873
Cleopatra.
Egli reggeva
Il fren dell’oceàno; il sollevato 2874
Suo braccio fu il cimier del mondo; e parve 2875
Delle sfere armonia la sua parola, 2876
Se agli amici sonò; l’urlo del tuono, 2877
Quand’ei sua legge all’universo impose: 2878
Mai sua clemenza non conobbe verno; 2879
Era un autunno, che il ricolto istesso 2880
Vie più feconda: i piacer suoi, sembianti 2881
A delfini che scherzano sul tergo 2882
Del flutto dove han vita; il suo cimiero 2883
Intrecciato di bende e di corone; 2884
E, per mercè, largiva isole e regni. 2885
Dolabella.
O Clëopatra! 2886
Cleopatra.
Estimi tu che visse,
O viver possa, un uom simìle a questo 2887
Che fu mio sogno? 2888
Dolabella.
No, gentil regina.
Cleopatra.
Menti, alla faccia de’ Celesti. O sia 2889
Tra noi vissuto, o possa apparir mai, 2890
Tal uom soverchia ogni poter d’un sogno. 2891
Spesso Natura al paragon non regge 2892
Col pensiero che crea; ma pur, creando 2893
Un Antonio, Natura assai più grande 2894
Fu del pensiero, e rincacciò nel nulla 2895
Qualunque imaginar. 2896
Dolabella.
M’ascolta. Pari
Alla grandezza è la sventura tua; 2897
E a tanto pondo il tuo dolor conviene. 2898
Sì, un bramato successo ognor mi fugga, 2899
Se qui dentro, del core alla radice, 2900
Non ripercote questo immenso affanno. 2901
Cleopatra.
N’abbi mercede. Sai che pensi, o voglia 2902
Cesare far di me? 2903
Dolabella.
M’è cruccio dirti
Quel che a te noto già vorrei. 2904
Cleopatra.
Ten prego...
Dolabella.
Ben ch’ei sia generoso... 2905
Cleopatra.
Al suo trionfo
Trarmi ei vuole? 2906
Dolabella.
Lo vuole; il so.
Voci.
(Di dentro.) Sgombrate:
Ecco Cesare. 2907
( Entrano OTTAVIO CESARE, GALLO, PROCULEIO, MECENATE, SELEUCO, e molti seguaci. )
Cesare.
Ov’è questa regina
D’Egitto? 2908
Dolabella.
(A Cleopatra.) A te l’imperator s’avanza.
( (Cleopatra s’inginocchia.) )
Cesare.
Sorgi: prostrarti tu non devi. – Oh! sorgi, 2909
Ten prego, o Egitto. 2910
Cleopatra.
Tal vollero i Numi.
Obbedir deggio al signor mio. 2911
Cesare.
Pensieri
Non ascoltar sì avversi: ben che scritto 2912
Col sangue nostro il sovvenir ne sia, 2913
L’onte che al sangue nostro fur recate, 2914
Opre solo del caso, altro non sono. 2915
Cleopatra.
Solo signor del mondo, io non potrei 2916
Con la parola mia, far di me giusta 2917
Difesa; ma, il confesso, alle fralezze 2918
Ahi! già troppo io cedea, che al sesso nostro 2919
Fan vergogna sovente. 2920
Cesare.
O Clëopatra,
Più ne aggrada scemar, che crescer pondo 2921
A quanto avvene. Al nostro intento cedi, 2922
Che benigno t’è molto; e miglior frutto 2923
A te verrà dalla mutata sorte: 2924
Ma se gravarmi d’un atto crudele 2925
Cerchi, e l’esempio seguir vuoi d’Antonio, 2926
Del mite voler mio tu perdi il bene, 2927
E i figli esponi, che vorrei far salvi, 2928
Ad estrema ruina. Udisti; prendo 2929
Da te commiato. 2930
Cleopatra.
Se a te piace, ir puoi
Per tutto il mondo; è tuo: noi qui restiamo 2931
Noi, tua spoglia ed insegna di conquista, 2932
Al loco che tu additi. – O signor mio, 2933
Prendi. 2934
( (Gli porge un rotolo.) )
Cesare.
(Ai duci.) Di quanto a lei convien, consiglio
Voi mi darete. 2935
Cleopatra.
Scritto in queste note
Vedrai l’oro, i gioielli, e quanto un giorno 2936
Fu mio possesso: fuor d’alcuna inezia, 2937
Tutto è preciso. – Ov’è Seleuco? 2938
Seleuco.
Al tuo
Cenno, signora. 2939
Cleopatra.
Ecco de’ miei tesori
Il custode. A lui chiedi, sul suo capo, 2940
Se la parte più lieve io n’ho serbata. 2941
Parla il vero, Seleuco. 2942
Seleuco.
Pria vorrei
Suggellate le mie labbra per sempre, 2943
Che, sul mio capo, dir cosa non vera. 2944
Cleopatra.
E che nascosi io mai? 2945
Seleuco.
Quanto al riscatto
Basta di quel che festi noto. 2946
Cesare.
Or via,
Non arrosir, Cleopatra; approvo il tuo 2947
Accorto senno. 2948
Cleopatra.
Vedi, oh vedi come
L’uom va dietro al trïonfo! Ora i miei fidi 2949
Tuoi sono, e se il destin nostro mutasse, 2950
A me verrìano i tuoi. L’ingrato core 2951
Di quel Seleuco di sdegno m’accende, 2952
O, di venale amor non meno infido, 2953
Vile schiavo! – T’arretri? Va, mi sfuggi; 2954
S’anco abbi l’ale, vo’ gli occhi strapparti, 2955
O veltro senza cor, ribaldo abbietto! 2956
Cesare.
Cedi, o buona regina, al pregar nostro. 2957
Cleopatra.
Cesare, oh quanto vitupero! Appena 2958
Vistarmi tu degni, e questa umìle 2959
Onorar pensi con la tua grandezza, 2960
Costui, mio servi, delle mie sciagure, 2961
Con la perfidia sua, la soma accresce! 2962
Buon Cesare, sia pur ch’io mi serbassi 2963
Pochi donneschi vezzi, inutil fregio, 2964
Minuti segni che talor ne piace 2965
Agli amici donar; sia ch’altra cosa 2966
Ponessi a parte, come don più degno 2967
Per Livia e Ottavia, onde propizie averle, 2968
Disvelarmi dovea questo codardo 2969
Per me nudrito? Oh Numi! oh fiero colpo 2970
Che m’atterra più ancor! 2971
( (A Seleuco.) )
Dagli occhi miei,
Ti togli, vanne, pria che non divampi 2972
Sotto al cenere suo dell’ira il foco! – 2973
Pietà di me, se un uom tu fossi, avresti. 2974
Cesare.
Seleuco, va! 2975
( (Seleuco parte.) )
Cleopatra.
Questo si sappia; noi
Grandi e possenti, sopportiamo il biasmo 2976
Dell’opre altrui: caduti, delle colpe 2977
Non nostre il pondo sovra noi ricade. 2978
Oh, inver, di pietà degni! 2979
Cesare.
Clëopatra,
Di quanto per te serbi, o festi noto, 2980
Nulla comprender vo’ tra l’altre spoglie 2981
Della conquista; tutto è tuo; disponi 2982
Qual più n’hai grado. Cesare, lo credi, 2983
Mercatante non è, che ponga a prezzo 2984
Cose cui vende il mercatante. Or dunque, 2985
Ti fa cor; non crearti nel pensiero 2986
Un carcere, o regina. È nostro intento 2987
La sorte tua fissar, col tuo consiglio. 2988
Va, ti ciba, e riposa. Tu ne induci 2989
A tal mercè, che tutta a te fidiamo 2990
L’amistà nostra. Vale. 2991
Cleopatra.
O signor mio!
Cesare.
Così non dirmi: vale. 2992
( (Parte Cesare, col suo seguito.) )
Cleopatra.
Ei mi blandisce,
Ei mi blandisce, o ancelle, perch’io manchi 2993
Al mio grande disegno. – Odi, Carmione. 2994
( (Parla, a voce sommessa, a Carmione.) )
Ira.
Non più, nobil signora: il chiaro giorno 2995
Cade, e la tenebrosa ora sorviene. 2996
Cleopatra.
(A Carmione.) Non indugiar: già diedi il cenno; a tutto 2997
Provvidi; va, t’affretta. 2998
Carmione.
T’obbedisco.
( Ritorna DOLABELLA. )
Dolabella.
La regina dov’è? 2999
Carmione.
(Parte.) Signor, la vedi.
Cleopatra.
Dolabella? 3000
Dolabella.
A quel giuro che volesti,
E cui l’affetto d’obbedir m’impone, 3001
Fedel qui torno. Cesare t’annunzia 3002
Che alla Siria rivolge il suo viaggio; 3003
E, fra tre giorni, a sè dinanzi ei vuole 3004
Te inviar, co’ tuoi figli. Ora, a te giovi 3005
Tal cenno: il tuo desir, la mia promessa 3006
Così ho compiuto. 3007
Cleopatra.
Ed io mercè ten devo.
O Dolabella. 3008
Dolabella.
No; tuo servo io sono.
Vale, buona regina: far ritorno 3009
A Cesare m’è forza. 3010
Cleopatra.
Amico, vale.
( (Dolabella parte.) )
Ira, che pensi or tu? – Pupa d’Egitto, 3011
Segnata a dito, al par di me, tu andrai: 3012
E vili artieri, dal crasso grembiule, 3013
Con la squadra e col maglio ci alzeranno 3014
Alla vista di tutti: i densi fiati, 3015
Per rancid’esca olenti, di lor sozzo 3016
Vapor n’avvolgeran. 3017
Ira.
Tolganlo i Numi!
Cleopatra.
È certo, Ira, ben certo. Di procaci 3018
Littori, al par di prostitute, l’acre 3019
Rimbrotto udir, di cantatori osceni 3020
Esser lo scherno, e scorger mimi impronti 3021
Imitarci, e le feste alessandrine 3022
Simular su la scena! Ebbro vedranno 3023
Antonio comparir, vedrò pur io 3024
Da stridulo garzon la gran Cleopatra 3025
Contrafatta posar, come bagascia. 3026
Ira.
O Numi! 3027
Cleopatra.
È certo.
Ira.
Ed io nol vedrò mai:
Il giuro, di questi occhi son più forti 3028
L’ugne mie. 3029
Cleopatra.
Sì, quest’è la via, che spezzi
Ciò ch’ei vanno apprestando, e che travolga 3030
Gli assurdi lor disegni. – Or ben, Carmione? 3031
( Entra CARMIONE. )
Cleopatra.
Come regina, voi m’ornate, o ancelle; 3032
Recatemi le mie vesti più liete: 3033
Antonio ad incontrar sul Cidno io movo. – 3034
Presto, Ira, va. – Carmione mia, ben tosto 3035
Tutto avrà fin: quando per te compiuta 3036
Fia questa cura, ti darò commiato 3037
Fino al supremo dì. – Recate, or via, 3038
La mia corona, e tutto. – Ond’è tal suono? 3039
( (Ira parte. Strepito di dentro.) )
( Entra una SCOLTA. )
La Scolta.
Un villico è qui fuor, che della tua 3040
Regal presenza non soffre il rifiuto: 3041
Ei t’apporta de’ fichi. 3042
Cleopatra.
Ei venga.
( (La Scolta esce.) )
Quale
Nobil fatto si può, con umil mezzo, 3043
Compir talora! Ei libertà m’apporta. 3044
Il mio proposta è fisso; omai di donna 3045
Più nulla è in me: già dalla fronte al piede 3046
Marmo insensibil sono, e più non fia 3047
La volubile luna il mio pianeta. 3048
( Ritorna la SCOLTA con un VILLICO, che reca un canestro. )
La Scolta.
Eccoti l’uom. 3049
Cleopatra.
Ti scosta, e qui lo lascia. –
Teco hai del Nilo l’aspide leggiadro, 3050
Che uccide e non dà pena? 3051
Il Villico.
Sì, l’ho meco: ma, per certo, non vorrei farti invito di toccarlo, poichè il suo dente è immortale: chi n’è ferito, è morto, e di rado, o mai, ne rinviene.
Cleopatra.
Alcuno?
Ricordi tu, che sia morto per esso? 3052
Il Villico.
Uomini molti, e donne: anche ieri udii raccontar d’una fra l’altre, onesta benchè fosse un poco mendace, e tale una donna non dovrebb’esser mai, se non in tutta onestà... Intesi, come ne fu morta, e qual doglia ne sentì. Or bene, ella diede assai buon conto del serpentello. Però, chi voglia metter fede in parola di donna poco speri d’uscir salvo da quel ch’essa fa. Potrei fallire, ma certo è che il serpe è un serpe raro.
Cleopatra.
Or vanne, addio. 3053
Il Villico.
T’auguro lieta prova col serpe.
Cleopatra.
Addio. 3054
( (Il Villico depone il canestro.) )
Il Villico.
Rammenta bene che il picciol serpe obbedisce al suo istinto.
Cleopatra.
Sì, sì, vale. 3055
Il Villico.
E poni mente che non dev’esser fidato a mani incaute; pensa che davvero non è in esso buona natura.
Cleopatra.
Eh via! non ti curar: n’avrem pensiero. 3056
Il Villico.
Nè dargli esca, ten prego; chè non vale cibarlo.
Cleopatra.
Si ciberà di me? 3057
Il Villico.
Non son già così scemo, credo, che anche un dimonio non la vorrebe un’ esca così gentile: cibo degno de’ Celesti è la donna, se un demone non l’acconcia. Ma l’inferno è così ladro, che nelle femmine reca gran dannaggio agl’Idii, e loro ne ruba cinque su dieci.
Cleopatra.
Parti; non più! Vale. 3058
Il villico.
Sì, sì, a te sia propizio il serpe.
( (Parte.) )
( Ritorna IRA, recando un ammanto regio e una corona. )
Cleopatra.
Dammi la veste; sul capo mi posa 3059
La mia corona. D’immortal desire 3060
Ardo: non fia mai più che questo labbro 3061
D’egizio grappo gusti il succo. – Or bene? 3062
T’affretta Ira, t’affretta. – Parmi udire 3063
Antonio che m’appella: ecco, io lo veggo 3064
Che si leva, che plaude al mio grand’atto: 3065
Schernir l’odo di Cesare la sorte, 3066
Sorte concessa dagli Dei talora, 3067
Perchè a’ lor sdegni sia velame. – O sposo, 3068
A te vengo! Sia dritto al dolce nome 3069
Il forte animo mio. – Già più non sono 3070
Che foco ed aëre, in più bassa chiostra 3071
L’altre essenze lasciai. – Così: Finisti? 3072
Vieni, e l’estremo calor del mio labbro 3073
Raccogli tu! – Buona Carmione, addio! 3074
Ira, un lungo mio bacio... 3075
( (La bacia: Ira vacilla, e cade morta). )
In sulla bocca
L’aspide ho forse? Oh! cadi? – Se tu puoi 3076
Far da natura sì gentil partita, 3077
Morte non è che un amplesso d’amante, 3078
Che fere e si desia. – Tu giaci immota? 3079
Oh! se così tu passi, al mondo dici 3080
Ch’ei non è degno d’un saluto. 3081
Carmione.
O dense
Nubi, stillate voi, perch’io dir possa 3082
Ch’anco i Celesti piansero! 3083
Cleopatra.
Il suo fato
M’accusa vile: s’ella prima incontri 3084
Nella sua nube Antonio, di me certo 3085
Le chiederà, donandole quel bacio 3086
Ch’è per me il cielo. 3087
( (All’aspide, ch’ella si pone al seno.) )
O apportator di morte,
Vieni, e disnodi l’acuto tuo dente 3088
Questo della mia vita arduo viluppo! 3089
T’irrita, o picciol rettile, e il mortale 3090
Tosco distilla. – Oh tu parlar potessi! 3091
E t’udissi nomar stupido bruto 3092
Il gran Cesare! 3093
Carmione.
O stella d’Orïente!
Cleopatra.
Silenzio, deh silenzio! Non lo vedi 3094
Il pargol mio, che va suggendo il seno 3095
Della nutrice che l’addorme? 3096
Carmione.
Ah cessa,
Finisci! 3097
Cleopatra.
Come balsamo è soave,
E dolce come l’aëre... Oh Antonio! – Il mio 3098
Braccio a te ancor. 3099
( (A un altro aspide da cui si lascia cingere il braccio.) )
Restarmi a che dovrei?...
( (Cade sovra un letto, e spira.) )
Carmione.
Qui, nel mondo deserto? – Or dunque, addio! 3100
Inogoglisci, o Morte! Ecco possiedi 3101
Incomparabil creatura. – 3102
( (Le chiude gli occhi.) )
O voi,
Velati occhi, chiudetevi per sempre! 3103
Pupilla sì regal mai più non miri 3104
L’aureo Febo. – Scomposta è la corona, 3105
Io la rilevo; e por da te mi parto. 3106
( Entrano alcuni SOLDATI, accorrendo. )
1º Soldato.
La regina dov’è? 3107
Carmione.
Sommeso parla,
Che non si desti. 3108
1º Soldato.
Cesare ne invia...
Carmione.
Messaggier troppo lento. 3109
( (Ponendosi un aspide al seno.) )
Oh vien, t’affretta!
Io già ti sento. 3110
1º Soldato.
Accorrete! Sventura!
Cesare fu tradito. 3111
2º Soldato.
Dolabella
Qui, per cenno di Cesare, sorgiunge: 3112
Il chiamate. 3113
1º Soldato.
Che fu? Qual opra è questa,
O Carmione? 3114
Carmione.
Grand’opra, e di sovrana,
Da tanti re discesa, opra ben degna. 3115
Ah soldato! 3116
( (Muore.) )
( Entra DOLABELLA. )
Dolabella.
Che mai qui accade?
1º Soldato.
Mira;
Tutte morte. 3117
Dolabella.
Così, quel che temesti,
O Cesare, s’avvera. E qui, tu giungi 3118
Per veder già compiuto il caso orrendo 3119
Che prevenir volesti. 3120
Voci
(di dentro.) Il passo date
A Cesare. 3121
( Entra OTTAVIO CESARE col suo seguito. )
Dolabella.
Signor, troppo verace
Augure fosti. Quel che pria temevi, 3122
Avvenne. 3123
Cesare.
Eroica fine! Il nostro intento
Previde; e da regina ell’è partita, 3124
Per la più degna via. – Come son morte? 3125
Sangue non veggo qui. 3126
Dolabella.
Chi mai da loro
Ultimo si staccò? 3127
1º Soldato.
Villico ignoto,
Che a lei porse de’ fichi. Ecco il canestro. 3128
Cesare.
Avvelenati frutti! 3129
1º Soldato.
Era pur dinanzi
Questa Carmione in vita, e su reggea 3130
E parlava: io la vidi il dïadema 3131
Sul capo della sua morta signora 3132
Racconciar: tremò tutta, e d’improvviso 3133
Traboccò al suolo. 3134
Cesare.
O sublime fralezza!
Se trangugiato avesser tosco, esterna 3135
Ne vedremmo la traccia: ma dormente 3136
Par Clëopatra ad un novello Antonio 3137
Far dolce invito con la grazia sua. 3138
Dolabella.
Qui, sovra il seno, una riga di sangue, 3139
Ed un live gonfior; gl’istessi segni 3140
Al braccio. 3141
1º Soldato.
Son di un aspide le traccie:
Queste foglie di fico hanno il bavoso 3142
Umore, che le serpi entro gli spechi 3143
Lascian del Nilo. 3144
Cesare.
Esser ben può che morte
Così cercasse: senza fin tentate 3145
Esperïenze fûr da lei, me’l disse 3146
Il suo medico istesso, onde morire 3147
Più dolcemente. – Or via, la deponete 3148
Sul suo letto: da questo mausoleo 3149
Escan le ancelle. Ell’abbia tomba al fianco 3150
D’Antonio suo: nè sì famosa coppia 3151
Chiuderà mai nessun sepolcro al mondo. 3152
Alti casi su lor che li han compiuti 3153
Ricadono; e vivran nelle pietade 3154
De’ tempi, e nella fama di colui 3155
Che li condusse a così mesta fine. 3156
Le schiere tutte, con solenne mostra, 3157
Ne seguiranno il funeral corteggio: 3158
Indi, a Roma. – Tu stesso, o Dolabella, 3159
Vigila e guida questa eccelsa pompa. 3160
( (Partono.) )